Cocktail di citazioni - Cocktail di libri

Un mix di libri con citazioni on the rocks

Cocktail di citazioni

“Il mare è sempre teatro di eventi insoliti, una  cosa o l’altra va alla deriva o si incaglia oppure cade in acqua durante la notte quando cambia il vento.” Tratto da “Il libro dell’estate” di Tove Jansson, tradotto da Carmen Giorgetti Cima, Iperborea.

“In Alaska non ha alcuna importanza ciò che eravate prima; qui conta soltanto ciò che diventate. Siete in una terra selvaggia, ragazze. Questa non è una favola né una fiaba. Ed è tosta. Presto arriverà l’inverno e, credetemi, un inverno così non l’avete mai provato.” Tratto da “Il grande inverno” di Kristin Hannah, tradotto da Federica Garlaschelli, Mondadori.

“Malgrado tutte le foto che Leni aveva visto e tutti gli articoli e i libri che aveva letto, la bellezza selvaggia e spettacolare dell’Alaska la colse di sorpresa. Era una terra in un certo senso soprannaturale, magica nella sua immensità, un paesaggio ineguagliabile costellato di svettanti cime bianche coperte di ghiacciai che correvano lungo tutto l’orizzonte, con sommità aguzze come coltelli stagliate in un limpido cielo blu fiordaliso.” Tratto da “Il grande inverno” di Kristin Hannah, tradotto da Federica Garlaschelli, Mondadori.

“In fondo al vulcano si dipartono strade che portano fuori dall’abisso.” Tratto da “Figlie di una nuova era” di Carmen Korn, tradotto da Manuela Francescon e Stefano Jorio, Fazi Editore.

“E nemmanco noi capivamo bene bene la differenza tra richiedenti asilo, profughi, rifugiati, migranti, perché le spiegazioni si rassomigliavano tutte, parevano una poesia imparata a memoria: «Si tratta di persone costrette a traversare deserti mari monti come uccelli migratori, impallinati ai varchi da cacciatori senza scrupoli». L’unica parola a noi familiare era migranti, perché così ci chiamavano quando partivamo dalla nostra terra, ma con una “e” davanti.” Tratto da “Le rughe del sorriso” di Carmine Abate, Mondadori.

“Una cosa è certa: restare è difficile come partire. Ci vuole per entrambi tanto coraggio. Il che ad Antonio non manca e, da quel poco che conosciamo noi, neanche a Sahra.” Tratto da “Le rughe del sorriso” di Carmine Abate, Mondadori.

“È la cosa che sanno fare meglio i migranti, fin dalla partenza: aspettare.” Tratto da “Le rughe del sorriso” di Carmine Abate, Mondadori.

“Camilla ascoltava rapita, era come se la vita di quelle persone avesse gravitato intorno a quell’abito, un pezzo di stoffa che, con la propria trama, si era legato al filo della loro esistenza. Era questo che rappresentava per lei la moda: un legame, una storia.” Tratto da “La stanza della tessitrice” di Cristina Caboni, Garzanti.

“Ma lei credeva che, come le stoffe erano fatte di fili, anche i fili della vita si univano e si intrecciavano creando dei disegni.” Tratto da “La stanza della tessitrice” di Cristina Caboni, Garzanti.

“All’orizzonte il profilo azzurro delle colline, e ancora più in là, pensava Priscilla, c’era la libertà.” Tratto da “Una principessa in fuga” di Elizabeth von Arnim, tradotto da Sabina Terziani, Fazi Editore.

“Nella casa al n. 7 di Saville Row, Burligton Gardens, dove nel 1816 morì Sheridan, viveva nel 1872 Phileas Fogg, esq., il quale, sebbene facesse di tutto per rimanere inosservato, era uno dei membri più noti e originali del Reform Club di Londra.” Tratto da “Il giro del mondo in 80 giorni” di Jules Verne, tradotto da Maria Antonietta Cauda, Newton Compton.

“Come ha osservato Giuseppe Antonelli, siamo diventati (chi più chi meno) graforroici, nel senso che, come i temuti logorroici di un tempo, scriviamo tanto e in continuazione e, a testimonianza della confusione tra i canali comunicativi, chiamiamo questa nostra attività chattare, cioè ʻchiacchierareʼ: insomma con la diffusione del digitale in certe condizioni scripta volant.” Tratto da “Organizzare il discorso in rete. Caratteristiche della testualità digitale” di Massimo Palermo, in: L’Italiano e la rete, le reti per l’italiano, goWare.

“I tempi, i modi e le forme di scambio odierne sono il risultato della connessione costante, sostengono uno scambio potenzialmente continuo, condizione che non ha un corrispettivo nelle interazioni fisiche sottoposte ai limiti del tempo e dello spazio.” Tratto da “Storia, lingua e varietà della Comunicazione Mediata dal Computer” di Elena Pistolesi, in: L’Italiano e la rete, le reti per l’italiano, goWare.

“Momenti mancati. Una parola, un gesto, può cambiare tutta la tua vita, può distruggere o sistemare tutto.” Tratto da “Lead Street, Albuquerque” di Lucia Berlin, tradotto da Manuela Faimali, in: Sera in paradiso, Bollati Boringhieri.

“Non avevo idea di dove mi avrebbe condotta la scala. Oddio, gli Etruschi. Il fatto che nessuno mi parlasse o anche solo mi guardasse accentuava l’illusione che fossimo tutti interpreti per l’eternità nell’opera intitolata Immortalità, pertanto li ignorai mentre infilavo angoli e scale a casaccio finché non caddi in una specie di trance ipnotico e non diventai un tutt’uno, o così mi parve, con la dea di Hathor, con l’Odalisca.” Tratto da “Perdersi al Louvre” di Lucia Berlin, tradotto da Manuela Faimali, in: Sera in paradiso, Bollati Boringhieri.

“Viaggiando prendi le distanze dalle tue giornate, dalla linearità frammentaria e imperfetta del tuo tempo. Come quando leggi un romanzo, eventi e persone diventano eterni e allegorici.” Tratto da “Luna nueva” di Lucia Berlin, tradotto da Manuela Faimali, in: Sera in paradiso, Bollati Boringhieri.

“Il tempo passava e la gente cominciò a dimenticare quel marinaio che era tornato dal mare. Un giorno, Van Hunks stava seduto come al solito in cima alla Montagna del Vento, e passava il tempo col telescopio e la pipa. All’mprovviso si accorse di avere qualcuno alle spalle. Van Hunks si girò di scatto. Dietro di lui c’era un uomo col cappello nero a punta e una barbetta nera a pizzetto.” Tratto da “Van Hunks e il diavolo” di Nelson Mandela, tradotto da Bianca Lazzaro, in: Le mie fiabe africane, Feltrinelli Editore.

“Tanto tempo fa il sole aveva una figlia. Al pari del padre, era una stella di grande splendore, e viveva nel fulgore ancora maggiore del sole. Le sue scarpe erano fatte di fuochi d’artificio luccicanti, e sulle dita, attorno alle caviglie, ai polsi e al collo portava scintille raccolte da stelle cadenti.” Tratto da “La madre che divenne polvere” di Nelson Mandela, tradotto da Bianca Lazzaro, in: Le mie fiabe africane, Feltrinelli Editore.

“Essendo stato incaricato dal conte Trelawney, dal dottor Livesey e dal resto della compagnia di mettere per iscritto tutti i particolari riguardanti la vicenda dell’Isola del Tesoro, dal principio alla fine, tacendo null’altro che la posizione dell’isola, e questo solo perché non è stato dissotterrato tutto il tesoro, prendo la penna nell’anno di grazia 17.. e torno al tempo in cui mio padre gestiva la locanda Ammiraglio Benbow, e il vecchio marinaio col viso bruciato dal sole e sfregiato da un taglio di sciabola prese alloggio sotto il nostro tetto.” Tratto da “L’isola del tesoro” di R.L. Stevenson, tradotto da Lilla Maione, Feltrinelli.

“Quindici uomini sulla cassa del morto | Io-ho-ho, e una bottiglia di rum!” Tratto da “L’isola del tesoro” di R.L. Stevenson.

“In America, il razzismo è la più antica maledizione, ma ci sono altri motivi di divisione: religione, immigrazione, identità sessuale. Talvolta parlare di «loro» è una sorta di oppiaceo che va a blandire la bestia che c’è in ognuno di noi.” Tratto da “Il presidente è scomparso” di Bill Clinton e James Patterson, tradotto da Luca Bernardi, Longanesi.

“Dov’è finito il giornalismo onesto, concreto e imparziale? Ormai è difficile anche definirlo, perché è tutto ingarbugliato: i confini tra fatto e finzione, tra verità e bugie, diventano ogni giorno più tortuosi. Una democrazia non può sopravvivere a lungo senza una stampa libera che aiuti i cittadini a distinguere tra realtà e finzione, e che sappia trarre le logiche conseguenze dagli eventi.” Tratto da “Il presidente è scomparso” di Bill Clinton e James Patterson, tradotto da Luca Bernardi, Longanesi.

“Nessuno ti dice mai che fare il presidente è un’altalena emotiva: grandi picchi di entusiasmo si alternano a cadute deprimenti in cui più che toccare il fondo lo si scava.” Tratto da “Il presidente è scomparso” di Bill Clinton e James Patterson, tradotto da Luca Bernardi, Longanesi.

Era stato grigio tutto il giorno; ma proprio in quell’istante ecco che il sole si aprì uno squarcio tra le nubi e fece cadere i suoi raggi sulla bambina. “Non mi meraviglio che tu voglia dare una occhiata alla pupetta prima di tramontare”, disse Jan al sole. “Vale proprio la pena di guardarla.” Il sole brillando ancora più intensamente gettava una luce rossa sulla bambina e sulla casetta. Tratto da “L’imperatore di Portugallia” di Selma Lagerlöf, tradotto da Adamaria Terziani, Iperborea.

“Se è così, se sei stata la luce e la gioia per i tuoi poveri genitori, puoi con orgoglio portare il tuo vestito”, le disse con dolcezza. “Perché un figlio che sa dare felicità al padre e alla madre è ai nostri occhi la cosa più bella che ci sia data di vedere”. Tratto da “L’imperatore di Portugallia” di Selma Lagerlöf, tradotto da Adamaria Terziani, Iperborea.

“Una città in preda all’esaltazione. I giornali, le prime pagine. Le televisioni locali. Una notizia che faceva il giro del mondo. Il lupo di Berlino. Gente, guardate com’è cambiata questa città. Der Wolf ist ein Berliner.” Tratto da “In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo” di Roland Schimmelpfennig, tradotto da Stefano Iorio, Fazi Editore.

“Tra la zona nord di Prenzlauer Berg e Wedding correva un tempo il confine tra Berlino Est e Berlino Ovest. Là dove un tempo correvano il muro e la striscia della morte c’è oggi il Mauerpark. A nord-ovest del Mauerpark si incontrano e si incrociano in un avvallamento i binari ferroviari provenienti dai quattro punti cardinali. In questa terra di nessuno sotto il Bösebrücke, all’imbrunire del 19 febbraio, indipendentemente gli uni dagli altri e da treni distinti, una ventina di pendolari videro il lupo.” Tratto da “In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo” di Roland Schimmelpfennig, tradotto da Stefano Iorio, Fazi Editore.

“I giornali erano pieni di notizie del genere, già da tempo il lupo aveva un nome o un soprannome. La città era in uno stato di esaltazione. Il lupo perdutosi nel cuore dell’inverno. Il lupo smarrito in viaggio verso Berlino.” Tratto da “In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo” di Roland Schimmelpfennig, tradotto da Stefano Iorio, Fazi Editore.

“Tutte le creature che respirano su questa terra hanno innato l’istinto di uccidere! I vegetariani credono di sfuggirgli, ma è solo perché i vegetali, quando li ammazzi, non urlano. Dare la caccia a ciò che si può cacciare è il corretto istinto dei gatti!” Tratto da “Cronache di un gatto viaggiatore” di Hiro Arikawa, tradotto da Daniela Guarino, Garzanti.

“Ma Satoru mi ha detto: “Ma perché hai catturato una cosa che non mangi nemmeno?”. Mi pare che avesse pure i lacrimoni. Tu saresti stato libero dalle cacche di piccione sul bucato, e io avrei potuto dare la caccia a qualcosa. Quel che si dice due piccioni con una fava…Per inciso, non ho ancora sentito da te una parola di ringraziamento per il fatto che, da quell’unica volta, non si è fatto vedere più nessun piccione sul nostro balcone.” Tratto da “Cronache di un gatto viaggiatore” di Hiro Arikawa, tradotto da Daniela Guarino, Garzanti.

“Il mio mondo girava intorno all’appartamento di Satoru e il mio territorio aveva un raggio d’azione davvero microscopico. Per essere il territorio di un gatto era abbastanza ampio, ma paragonato alla vastità di questo mondo era piccolissimo. Nel mondo ci sono molti più paesaggi che scompaiono senza che un gatto li veda nemmeno una volta prima di morire.” Tratto da “Cronache di un gatto viaggiatore” di Hiro Arikawa, tradotto da Daniela Guarino, Garzanti.

“Alla Signora Saville, Inghilterra

Pietroburgo, 11 dicembre 17—Ti rallegrerai nell’apprendere che nessun disastro ha accompagnato l’inizio di un’impresa alla quale tu guardavi con tanti cattivi presentimenti. Sono arrivato qui ieri, e la prima preoccupazione è stata di rassicurarti, cara sorella, sul fatto che sto bene e che nutro fiducia crescente verso quanto ho intrapreso. Sono già molto più a nord di Londra, e mentre cammino per le strade di Pietroburgo sento una fredda brezza di settentrione che mi sfiora le guance, mi rinvigorisce i nervi e mi riempie di gioia. Puoi capire questo mio sentimento?” Tratto da “Frankenstein” di Mary Shelley, tradotto da Chiara Zanolli e Laura Caretti, Mondadori.

“Il calice della mia vita era stato avvelenato per sempre e, sebbene il sole fosse tornato a splendere su di me, come sui puri di cuore, io mi sentivo, in realtà, circondato da dense e spaventose tenebre.” Tratto da “Frankenstein” di Mary Shelley, tradotto da Nicoletta Della Casa Porta, Giunti Editore.

“Scrittura amministrativa, scrittura amorosa, scritture concepite per celare segreti e sviare l’attenzione. Testai tutti i linguaggi specialistici, il linguaggio del lamento, delle scuse, della negazione. Scrissi frasi semplici, nascondendo le mie stesse parole con la carta autocensurante. Di proposito componevo frasi piene di errori, frasi afflitte da incongruenze verbali e di registro. Frasi di dubbio gusto, di buon gusto, senza gusto. […] Sottraevo lettere alle parole, cancellavo vocali, usavo solo vocali, ne sceglievo una, per esempio la O, e la sostituivo a tutte le altre, per dare aria alle parole,un respiro universale proveniente da un’unica fonte.” Tratto da “L’alfabeto di fuoco” di Ben Marcus, tradotto da Gioia Guerzoni, edizioni Black Coffee.

“Potrei dire che l’amore si mostra in strani modi, ma in questo caso non sarebbe vero. Qualche volta l’amore rifiuta del tutto di mostrarsi. Rimane perfettamente nascosto. Si passa tutta la vita a nasconderlo, è una vera e propria arte. Nascondere l’amore è, a modo suo, lo stratagemma più sofisticato che ci sia.” Tratto da “L’alfabeto di fuoco” di Ben Marcus, tradotto da Gioia Guerzoni, edizioni Black Coffee.

“Se lo si nascondeva troppo, il testo diventava invisibile. Se lo si rivelava in modo che potesse essere visto, bruciava la mente. Qualsiasi cosa si facesse, vedere la scrittura implicava sofferenza.” Tratto da “L’alfabeto di fuoco” di Ben Marcus, tradotto da Gioia Guerzoni, edizioni Black Coffee.

“Qualsiasi atto creativo comporta sofferenza, ci aveva detto la mamma. Anche i compositori lottavano con gli angeli giorno e notte, ma di sicuro avevano avversari più gentili, che di fronte alla loro sconfitta, li abbracciavano e si riconciliavano con loro. Di sicuro non venivano lasciati con gli occhi così incavati, le guance così scarne, incupiti dalla fatica e sottoposti all’obbligo terribile di ricominciare da capo a combattere il giorno successivo.” Tratto da “La famiglia Aubrey” di Rebecca West, tradotto da Francesca Frigerio, Fazi Editore.

“La nota di un flauto è come il richiamo di una giovane civetta in una notte d’estate. È incredibile come possa emettere quello che sembra essere il suono più naturale del mondo e sia così sofisticato nei suoi meccanismi di funzionamento, capace di indugiare nell’orecchio dell’ascoltatore e tuttavia sensibilissimo alle dita, alla lingua e al respiro di chi lo suona, con una prontezza che ne fa uno degli strumenti più agili che ci siano.” Tratto da “La famiglia Aubrey” di Rebecca West, tradotto da Francesca Frigerio, Fazi Editore.

“Com’è che mi sono messa a leggere questo libro?”, ci chiese, e poi emise un sospiro profondo. “Oh, me l’ero quasi dimenticato. Mi piace così tanto che me l’ero quasi dimenticato. Sono davvero senza cuore”, esclamò, alzandosi in piedi. “Ma l’arte è tanto più reale della vita. O meglio, una certa arte è molto più reale di una certa vita”. Tratto da “La famiglia Aubrey” di Rebecca West, tradotto da Francesca Frigerio, Fazi Editore.

“Aveva detto Retorica. Aveva detto Cortigianeria. Aveva detto Demagogismo. Aveva detto Trasformismo. Aveva pesato ciascuna di queste parole. Aveva detto che erano le storiche malattie italiane e che nel fascismo erano riassunte tutte. Aveva detto Tirannide. Aveva detto Esilio in patria. Aveva detto Resteremo al nostro posto.” Tratto da “Mandami tanta vita” di Paolo Di Paolo, Feltrinelli Editore.

“Tanto i libri non si muovono, Piero – lei lo guarda  dalla soglia dello studio, i libri aspettano, si caricano di polvere, diventano fragili e gialli come le mani dei vecchi, però restano. Solleva la valigia, la porta verso l’ingresso. Con gesti veloci si alza gli occhiali sul naso, afferra il cappotto nero dall’appendiabiti e una lunga sciarpa. Con la scusa di bere un sorso d’acqua si riaffaccia nel tinello, dà ancora un’occhiata alla loro camera, alla culla in cui Paolo dorme.” Tratto da “Mandami tanta vita” di Paolo Di Paolo, Feltrinelli Editore.

“Tenta di isolarsi nel rumore della folla, di trarsi fuori da quel movimento di corpi affannoso e preoccupato. La gente si urta per la fretta, le valigie sbattono. Una coincidenza persa, a volte, ci precipita nello sconforto. Ma dove sono diretti tutti? Dove siamo diretti? E lui, dove sta andando, che cosa lo aspetta? Non è questo il punto, non ora. Il segno, si dice – e lo scrive. Il segno: essere sé stessi dappertutto.” Tratto da “Mandami tanta vita” di Paolo Di Paolo, Feltrinelli Editore.

“In retrospettiva, se ci voltiamo indietro a guardare gli otto secoli di storia dell’islandese, la cosa più stupefacente non è tanto l’infinita ricchezza lessicale, la flessione nominale ancora così articolata e complessa o la proliferazione delle eccezioni alle regole; a stupire di più è come questa lingua, parlata oggi da non più di 350mila persone, possa essere ancora viva e vegeta e sia riuscita a resistere alle intemperie, alle eruzioni vulcaniche, alle provocazioni delle lingue più prestigiose e a una scarsissima densità di popolazione, senza mai estinguersi del tutto.” Tratto da “Questione di lingua o di morte” di Silvia Cosimini, in: The Passenger Islanda, Iperborea.

“Sappiamo tutti che per gli stranieri l’Islanda è un po’ come la luna (non per niente Neil Armstrong era venuto qui ad allenarsi) e quando arrivano si direbbe che parecchi si siano spinti un po’ troppo oltre la loro comfort zone.” Tratto da “A che ora accendono l’aurora boreale?” di Hallgrímur Helgason, traduzione di Silvia Cosimini, in: The Passenger Islanda, Iperborea.

“Hai letto Le notti bianche?”, si stupì la compagna. Adelina non l’aveva letto, eppure il profumo di quei fogli gliene aveva narrato la storia con infinita chiarezza: la solitudine del sognatore, l’amore poetico e inaspettato, e poi ancora la solitudine, perpetua e perfetta. Tratto da “L’annusatrice di libri” di Desy Icardi, Fazi Editore.

“Adelina iniziò a prendere in mano testi a caso: alcuni odoravano di rose, martirio ed estasi; altri di pane e carità; altri ancora avevano il sentore asprigno della pedanteria e l’appiccicoso aroma della retorica fine a se stessa.” Tratto da “L’annusatrice di libri” di Desy Icardi, Fazi Editore.

“Adelina promise e si diresse verso casa, domandandosi se una vita senza libri avesse davvero motivo di essere vissuta.” Tratto da “L’annusatrice di libri” di Desy Icardi, Fazi Editore.

“Piansi e piansi ancora, ignoro per quanto tempo. E quando le lacrime terminarono, fu il cuore a continuare a piangere. Eravamo stati vittime della peggiore delle infamità. Non potevo smettere di riflettere sul fatto che l’essere umano è un vaso di sorprese. E che molte volte, scoperchiandolo, si scoprono delle sorprese terribili. Avevo imparato a mie spese, e per sempre, che non c’è limite alle aberrazioni che si possono commettere in nome di una presunta ideologia o per denaro.” Tratto da “La bambina che guardava i treni partire” di Ruperto Long, tradotto da Amaranta Sbardella, Newton Compton.

“Attenzione!”, intimò Koenig. “Saluto alla bandiera!”. E così, nell’inverosimile scenario del deserto del Sahara, al crepuscolo di una delle battaglie più importanti e dure della guerra, i capi delle Forze francesi libere resero omaggio alla futura bandiera di Israele. Tratto da “La bambina che guardava i treni partire” di Ruperto Long, tradotto da Amaranta Sbardella, Newton Compton.

“Era tutto quello che mi rimaneva di lei. E allora mi resi conto con lucidità, in quella notte gelata e crudele, che la maledetta guerra mi aveva strappato via pure la più piccola delle gioie, e la speranza che un giorno avrei rivisto la bambina era l’unico lumicino che ancora riscaldava la mia vita.” Tratto da “La bambina che guardava i treni partire” di Ruperto Long, tradotto da Amaranta Sbardella, Newton Compton.

“È vero, esattamente come l’ha scritto Jim Hawkins. Aveva solo paura della forca, è perfettamente vero com’è scritto. Trovava modo di parlare con tutti e di fare a ciascuno dei favori personali, è tutto vero. Non era un uomo comune, anche questo è vero, da ragazzo aveva fatto i suoi studi e sapeva parlare come un libro stampato, se ne aveva voglia. Aveva maniere distinte, anche questo è incontestabile, da gentiluomo, quando voleva, ed era unico nel suo genere, è la pura verità. Era un tipo curioso in quel mondo che era il suo, anche questo non si può negare. FIn qui va tutto bene e Jim Hawkins non ha detto falsità.” Tratto da “La vera storia del pirata Long John Silver” di Björn Larsson, tradotto da Katia De Marco, Iperborea.

“Nessuno”, ruggii, “nessuno, ricordatevelo bene, può dire a John Silver cosa deve o non deve fare.” I pirati rimasti erano come inchiodati sul ponte. Non avevano mai visto prima una vera testamatta che non fosse sotto l’influsso del rum. Si guardavano l’un l’altro inquieti e incerti, senza che nessuno osasse fare il primo passo. Tratto da “La vera storia del pirata Long John Silver” di Björn Larsson, tradotto da Katia De Marco, Iperborea.

“Questa era la vita dei pirati, signor Defoe e tutti voi che vi siete dati il compito di farne la cronaca: un cerchio tracciato intorno alle loro navi, povero di uomini e di mete. Non eravamo come gli altri marinai. Le nostre navi non navigavano per arrivare da qualche parte. Ci chiamavamo fratelli e compagni, ma la famiglia e gli amici erano l’ultimo dei nostri pensieri.” Tratto da “La vera storia del pirata Long John Silver” di Björn Larsson, tradotto da Katia De Marco, Iperborea.

“La Cabala convoca gli angeli, lo avevano ammonito i suoi maestri, nessuno escluso, ma guai al cabalista incauto che al loro posto invoca un astro demoniaco.” Tratto da “V.I.T.R.I.O.L.” di Vito Ditaranto, Le Mezzelane.

“Era un mago che non sapeva che cosa avrebbe fatto o che cosa doveva fare, e persino che cosa era in grado di fare. Ecco quel che succedeva a lasciare che il sentimento sfrecciasse davanti alla ragione: si arrivava in un vicolo cieco e si restava inchiodati lì.” Tratto da “V.I.T.R.I.O.L.” di Vito Ditaranto, Le Mezzelane.

“Il male, per sua stessa definizione, è quel che personalmente definisco un concetto “di omissione”, con ciò intendendo che è concettualmente non-generato, e dunque vuoto, e si può pensare che acquisisca gli attributi che acquisisce solo in virtù della propria posizione all’opposto del bene. È, per così dire, l’ombra del bene.” Tratto da “V.I.T.R.I.O.L.” di Vito Ditaranto, Le Mezzelane.

“Rudi, proprio lui che amava tanto le parole, era cresciuto invece senza racconti. Non aveva mai osato chiedere, le aveva spiegato, perché era chiaro che l’argomento facesse soffrire sua madre.”
Tratto da “Figlie di una nuova era” di Carmen Korn, tradotto da Manuela Francescon e Stefano Jorio, Fazi Editore.

“Käthe era sconcertata. Che cosa rimaneva se veniva a mancare ogni libertà di azione, se si poteva disporre di una persona come se fosse stata una figurina di plastica all’interno di un complicato giocattolo?”
Tratto da “Figlie di una nuova era” di Carmen Korn, tradotto da Manuela Francescon e Stefano Jorio, Fazi Editore.

“Tu getterai la sorte insieme a noi, avremo in comune una sola borsa. Ed è per questo che un uomo prudente non fa affari con gli ubriaconi, i libertini, i biscazzieri, i ladri o chiunque Dio abbia motivo di trattare con durezza. Tu getterai la sorte insieme a lui, avrete in comune un peccato. E non ci vuole nulla perché un minuscolo veliero vada a schiantarsi contro gli scogli. Non ci vuole nulla perché un carico si inabissi nel buio a cinque braccia di profondità.” Tratto da “La sirena e Mrs Hancock” di Imogen Hermes Gowar, tradotto da Monica Pareschi, Einaudi.

“E poi certo non si può lasciare incustodita una donna marina. Diventa irrequieta, e incomincia ad andare su e giù come se ancora udisse il richiamo tremendo dell’acqua; andrà sulla riva e rimarrà lì ferma mentre la schiuma del mare le scorre tra le caviglie nuove fiammanti, il volto lucido di lacrime. Senza nessuno a guardarla, cercherà il brandello di pelle squamosa che le è caduto di dosso quando l’hanno trascinata fuori dall’acqua. Ora che ha i mezzi per tornare al mare, si libererà senza esitare delle catene materne, dimenticherà le sue promesse di sposa.” Tratto da “La sirena e Mrs Hancock” di Imogen Hermes Gowar, tradotto da Monica Pareschi, Einaudi.

“Una perdita non è un vuoto. Una perdita è una presenza tutta particolare: una perdita occupa spazio; una perdita nasce proprio come ogni altra cosa vivente. Tu credi che le tue braccia siano vuote, e invece io sarò lì.” Tratto da “La sirena e Mrs Hancock” di Imogen Hermes Gowar, tradotto da Monica Pareschi, Einaudi.

“Rudi aveva passato una bella giornata, si era goduto il successo e i riconoscimenti, eppure in lui affiorava ancora, a ondate, il pensiero che si stava concedendo troppa fortuna, troppa felicità, e che a forza di attingere questa si sarebbe esaurita e non gli sarebbe rimasto nulla.” Tratto da “È tempo di ricominciare” di Carmen Korn, tradotto da Manuela Francescon, Fazi Editore.

“C’era un’eccitazione, un senso di novità nell’aria. Tutta quella musica, quella libertà. Ordinarono dei Martini che non furono semplicemente mescolati col cucchiaino, ma shakerati e serviti con piccole olive dure.” Tratto da “È tempo di ricominciare” di Carmen Korn, tradotto da Manuela Francescon, Fazi Editore.

“Guste aveva sempre avuto la capacità di creare dei riti, delle abitudini che rendevano la vita più calda e confortevole ai membri della sua famiglia allargata, tanto che spesso non dovevano nemmeno accendere il riscaldamento.” Tratto da “È tempo di ricominciare” di Carmen Korn, tradotto da Manuela Francescon, Fazi Editore.

“La mamma ci sa fare con le feste. Non mette mai tutto in tavola e non invita mai la gente. Sa che l’unica cosa che crea davvero atmosfera è l’improvvisazione. È una bella parola, improvvisazione. Papà deve uscire e andare a cercare conoscenti. Possono essere in qualsiasi posto in qualsiasi momento. Certe volte non si trova nessuno. Ma spesso sì. E poi viene a tutti voglia di andare da qualche parte. E si finisce da qualche parte. È importante, questo.” Tratto da “Il libro dell’inverno” di Tove Jansson, tradotto da Carmen Giorgetti Cima, Iperborea.

“Il mondo era finito e io mi premetti i guanti contro gli occhi. Non successe nulla. Onde di eco si rincorsero su e giù per le scale, ma non successe nulla. Nessuno spalancò la porta inferocito. A meno che non se ne stessero in agguato dentro.” Tratto da “Il libro dell’inverno” di Tove Jansson, tradotto da Carmen Giorgetti Cima, Iperborea.

“Se l’acqua sale ci sarà tempesta. Anche se scende in modo rapido e improvviso potrà esserci tempesta. Un anello intorno al sole può voler dire pericolo. E un tramonto di un fumoso rosso scuro non promette niente di buono. Ci sono anche molti altri segni ma in questo momento non mi interessano. Se non è uno, è l’altro.” Tratto da “Il libro dell’inverno” di Tove Jansson, tradotto da Carmen Giorgetti Cima, Iperborea.

“Parlavano entrambi nello stesso modo: spiccicando le sillabe di certi vocaboli di cui essi soli sembravano conoscere il vero senso, il vero peso, e invece scivolando bizzarramente su quelle di altri, che uno avrebbe detto di importanza molto maggiore. Mettevano una sorta di puntiglio nell’esprimersi così. Questa particolare, inimitabile, tutta privata deformazione dell’italiano era la loro vera lingua. Le davano perfino un nome: il finzi-continico.” Tratto da “Il giardino dei Finzi-Contini” di Giorgio Bassani, Feltrinelli editore.

“Quanti anni sono passati da quel remoto pomeriggio di giugno? Più di trenta. Eppure, se chiudo gli occhi, Micòl Finzi-Contini sta ancora là, affacciata al muro di cinta del suo giardino, che mi guarda e mi parla.” Tratto da “Il giardino dei Finzi-Contini” di Giorgio Bassani, Feltrinelli editore.

“Il fiocco di neve è la testimonianza più forte ma anche più mortale della natura. Il tempo di arrivare a terra e la sua forma perfetta e unica, perché diversa da quella di qualsiasi altro fiocco di neve che sta cadendo accanto, è già distrutta. Perciò devi saperlo apprezzare nel brevissimo tempo che esiste.” Tratto da “La manutenzione dei sensi” di Franco Faggiani, Fazi Editore.

“L’Asperger è un pianeta lontano e silenzioso, in molte aree ancora inesplorato. Martino può mostrare un giorno la solitudine e la crudeltà di un bambino soldato e il giorno dopo la solidarietà e l’affetto di un figlio che si sente amato, al sicuro. Non sarà facile districarsi tra questi estremi.” Tratto da “La manutenzione dei sensi” di Franco Faggiani, Fazi Editore.

“Noi seduti al buio, il prato davanti e i larici appena sullo sfondo; era come stare al cinema. La luna piena poi rendeva tutto più spettacolare, si vedeva benissimo, meglio che di giorno, quando la neve abbagliava. Con quella luce decisa e schermata, il prato innevato era bianco senza riflessi, le ombre lunghe degli alberi nitide, le montagne, su cui sembravano cercare sostegno le costellazioni, ben profilate e nette. Stavamo lì in silenzio assoluto, due spettatori molto attenti, e quando un’ombra qualsiasi, magari solo di una piccola nuvola ritardataria, sembrava spuntare sul prato, ci davamo freneticamente di gomito.” Tratto da “La manutenzione dei sensi” di Franco Faggiani, Fazi Editore.

Anche un uomo impassibile a ogni cosa si commuove ascoltando il primo vento dell’autunno. Saigyo Hoshi, un poeta giapponese, aveva scritto queste parole intorno all’anno 1140, dopo aver deciso di ritirarsi sui monti per condurre una vita da eremita. Le avevo lette nel periodo dell’università e mi tornarono alla mente quando, una mattina di settembre del 1916, mi ritrovai solo, emozionato e smarrito, davanti alla mia nuova casa che sapeva di resina, fuoco e cuoio bagnato. L’aria si muoveva ancora leggera ma lanciava segnali evidenti di un autunno pronto a prendere il sopravvento.” Tratto da “Il guardiano della collina dei ciliegi” di Franco Faggiani, Fazi Editore.

“Correvo perché solo così mi sentivo realmente libero, unico, leggero, in sintonia completa con il creato. Correvo con lo scatto di un colibrì, anche se mi sarebbe piaciuto avere la leggerezza della farfalla. Solo per non sentire il rumore dei miei passi veloci sulle pietre o quello ritmico dell’aria in uscita dai polmoni. Solo per poter credere di aver raggiunto la  perfezione.” Tratto da “Il guardiano della collina dei ciliegi” di Franco Faggiani, Fazi Editore.

“Il grande artista del mattino è il sole: quando è ancora nascosto oltre l’orizzonte spande sulle cime delle montagne e sulle nuvole il colore tenue della lavanda che, come d’incanto, si riflette sulla baia; poi, affacciandosi nel cielo, regala al mondo le tonalità dorate dei fuyugaki, i nostri cachi dolcissimi.” Tratto da “Il guardiano della collina dei ciliegi” di Franco Faggiani, Fazi Editore.

“Così è l’Islanda: un tentativo di convivenza forzata. Gli uomini non hanno intenzione di andarsene; i vulcani, che abitano l’isola da molto più tempo, non si astengono per nessun motivo dal rivendicarne il legittimo possesso. Di più: la certezza della loro perpetua minaccia è a suo modo rassicurante; eccede il timore dei suoi esiti, e ha finito col rendere i vulcani islandesi necessari.” Tratto da “Il libro dei vulcani d’Islanda” di Leonardo Piccione, Iperborea.

“Tutto si crea, tutto si distrugge e tutto si trasforma sugli altipiani islandesi, che ingannano con i riflessi e custodiscono i misteri dell’universo, sotto la neve i teoremi della vita e della morte.” Tratto da “Grímsvötn” di Leonardo Piccione, in: Il libro dei vulcani d’Islanda, Iperborea.

“Le piscine sono anche il tentativo islandese di riprodurre il concetto di gratificazione dopo la fatica, giacché l’esistenza alle porte del Circolo Polare è resa possibile dal fatto che la natura in fondo non sia del tutto indifferente all’umana idea della giusta compensazione. Non sopporti il buio di dicembre? A giugno avrai il sole pure a mezzanotte. Stufo del grigio greve del giorno? Stanotte ti regalo un’aurora boreale. Oppresso dai muri di neve che hai ai tuoi fianchi? In fondo alla valle ti attende un fiume caldo.” Tratto da “Hengill” di Leonardo Piccione, in: Il libro dei vulcani d’Islanda, Iperborea.

“C’è chi, da adulto, ricorda l’infanzia come una prolungata richiesta di gelati e poco più.” Tratto da “Come diventai monaca” di César Aira, tradotto da Raul Schenardi, Fazi Editore.

“Io mi gettavo come un vampiro sull’illusione: vivevo del sangue del paradiso fantasmatico.” Tratto da “Come diventai monaca” di César Aira, tradotto da Raul Schenardi, Fazi Editore.

“Lara si impadronì di quelle due parole, le imprigionò tra le ciglia che si chiusero nel tempo di un solo battito e sentì la voglia di ripeterle ad alta voce, di urlare mille volte «mi dispiace» per tutto ciò che era accaduto, per quella sera maledetta, per il dolore che aveva impregnato tutto il dopo e che aveva invaso le loro vite, inchiodandole, nello stesso tempo, al passato, a quel momento, a quell’ultima volta in cui le stelle avevano brillato sul soffitto.” Tratto da “La leggenda del ragazzo che credeva nel mare” di Salvatore Basile, Garzanti.

“Gli imprevisti, in quanto tali, non si annunciano mai, né ci sono davvero dei segnali nell’aria che possano aiutarci a prevenirli. Ci si sveglia al mattino convinti di avere una serie di impegni nel corso della giornata, mentre invece gli eventi stanno già macchinando per cambiare il corso della nostra vita, nel bene o nel male.” Tratto da “La leggenda del ragazzo che credeva nel mare” di Salvatore Basile, Garzanti.

“L’Europa sorge in quei giorni del 1848,

Quella di Mazzini,

Di Friedrich Hecker e Gustav Struve,

Quella di Garibaldi,

Di Lajos Kossuth,

Di Ludwik Mierosławski e Ledru-Rollin,

Un’Europa di nazioni perché all’epoca la nazione è affrancamento,

È la caduta dei vecchi re acconciati come bambole da calesse.” Tratto da “Noi, l’Europa” di Laurent Gaudé, tradotto da Alberto Bracci Testasecca, Edizioni e/o.

“L’Europa diventa errante.

Negli anni Trenta la Francia accoglie tre milioni di stranieri.

La parola “accoglie” è impropria.

La Francia vede arrivare tre milioni di stranieri,

Non li accoglie.” Tratto da “Noi, l’Europa” di Laurent Gaudé, tradotto da Alberto Bracci Testasecca, Edizioni e/o.

“Tuttavia c’era un certo fascino in quel continuo viaggiare e nella consapevolezza di essere un emigrato. Ogni tanto mi lasciavo andare a credere che non tutto sarebbe stato uguale, una volta sceso a terra dopo la traversata. Si rivelava sempre una pia illusione.” Tratto da “Il cerchio celtico” di Björn Larsson, tradotto da Katia De Marco, Iperborea.

“Il tramonto era magnifico e ben presto ci siamo ritrovati a navigare nel nostro mondo a parte. C’erano momenti in cui mi veniva voglia di cambiare rotta un’altra volta, passare a nord delle Orcadi e sparire senza lasciare traccia nell’oceano Atlantico.” Tratto da “Il cerchio celtico” di Björn Larsson, tradotto da Katia De Marco, Iperborea.

“Essere lontani da tutto come si è solo in mare, e l’attimo dopo sentirsi forse più a casa che in qualsiasi altro posto era una sensazione che non smetteva mai di rinnovarsi.” Tratto da “Il cerchio celtico” di Björn Larsson, tradotto da Katia De Marco, Iperborea.

“Una volta diventati professionisti, il traguardo si allontana all’infinito e non ci si può mai ritenere soddisfatti per il semplice fatto di essersi avvicinati un po’ di più alla meta. Tutto quello che si può sperare da un professionista (anche da se stessi) è riconoscere di essere in cammino verso quel traguardo, e quando ci si rende conto che è davvero così, la constatazione assume spesso la forma paradossale della lamentela per il fatto di non camminare abbastanza in fretta.” Tratto da “Nel cuore della notte” di Rebecca West, tradotto da Francesca Frigerio, Fazi Editore.

“La musica di mio fratello stava annunciando che c’era un grande vuoto che avrebbe inghiottito tutto, se non lo avessimo riempito con qualcosa che le note definivano con una chiarezza negata alle parole.” Tratto da “Nel cuore della notte” di Rebecca West, tradotto da Francesca Frigerio, Fazi Editore.

“Ci  lasciavamo avvolgere da un senso di ozio che non avevamo mai provato prima e che non avremmo provato mai più, perché con la fine del semestre avremmo terminato la scuola e ci eravamo già lasciate alle spalle tutti gli esami che ci avrebbero aperto l’accesso al mondo degli adulti.” Tratto da “Nel cuore della notte” di Rebecca West, tradotto da Francesca Frigerio, Fazi Editore.

“Proverbiale è il potere sintetico dello haiku, capace di racchiudere in una forma brevissima una gamma di emozioni e di esperienze molto vasta.” Tratto da “Iro iro” di Giorgio Amitrano, Deagostini.

“La civiltà giapponese infatti è caratterizzata da un rapporto con la natura, e in particolare con le stagioni, talmente forte da poterlo considerare un elemento identitario. Non  mi riferisco solo alla tradizione della poesia classica, della pittura e del teatro nō, con le loro rappresentazioni di una natura fortemente idealizzata, ma all’insieme della cultura nipponica, con il suo amplissimo ventaglio che va dall’arte più elevata alle tradizioni popolari agli usi della vita di ogni giorno.”  Tratto da “Iro iro” di Giorgio Amitrano, Deagostini.

“JOXE MARI ASKATU. Fu la prima cosa che colpì l’attenzione di Gorka appena sceso dall’autobus. Uno striscione enorme steso fra due palazzi. E poi, a ogni angolo, manifesti con la foto di suo fratello e la stessa richiesta di liberazione. Così si manipola un uomo e si fabbrica un eroe.” Tratto da “Patria” di Fernando Aramburu, tradotto da Bruno Arpaia, Guanda.

“Una cicatrice rimarrà sempre. Però una cicatrice è già una forma di cura.  Non so a voi, ma a me piacerebbe che arrivasse il giorno in cui, guardandomi allo specchio, non vedrò soltanto la faccia di una persona ridotta a essere una vittima.” Tratto da “Patria” di Fernando Aramburu, tradotto da Bruno Arpaia, Guanda.

“L’ama aggiunse che se il vento soffia sulla brace, la fiamma si ravviva. In realtà, i tre, senza confessarlo, sentivano di nuovo la loro bruciatura interiore ogni volta che si verificava un attentato. Non era un argomento abituale delle loro conversazioni. Lasciavano passare i delitti dell’ETA senza commentarli, come se avessero stretto un accordo tacito di rimanere in silenzio.” Tratto da “Patria” di Fernando Aramburu, tradotto da Bruno Arpaia, Guanda.

“L’universo rigido è una prigione. Solo il Viaggiatore nel Tempo si può dire libero.” Tratto da “Viaggi nel tempo” di James Gleick, tradotto da Laura Servidei, Codice Edizioni.

“Se il tempo è un fiume, ha senso chiedersi quanto corra veloce? Sembra una domanda naturale, per un fiume, ma non lo è per il tempo  stesso. Quanto va veloce? Come si potrebbe mai misurare? Siamo caduti in una tautologia: è come chiedersi a che velocità stiamo avanzando nel tempo.” Tratto da “Viaggi nel tempo” di James Gleick, tradotto da Laura Servidei, Codice Edizioni.

“Il passato è fuori dall’esistenza, il futuro non è ancora nato, e il tempo è fatto di queste “cose che non esistono”. Tratto da “Viaggi nel tempo” di James Gleick, tradotto da Laura Servidei, Codice Edizioni.

“Siamo forse i frammenti di una stessa anima, responsabile dei peccati commessi da ciascuno, oppure siamo persone del tutto diverse, pallide copie di un originale dimenticato da tempo immemorabile?” Tratto da “Le sette morti di Evelyn Hardcastle” di Stuart Turton, tradotto da Federica Oddera, Neri Pozza.

“Senza gli ospiti a distrarmi dagli arredi, Blackheath mi appare una dimora davvero malinconica. Con l’eccezione del maestoso atrio d’ingresso, i locali che attraverso si rivelano antiquati, insidiati dalla muffa e dal degrado. Negli angoli si accumulano i granelli del veleno per i topi, e la polvere copre ogni superficie troppo alta per essere raggiunta dal braccio di una domestica. I tappeti sono logori, i mobili segnati, i servizi d’argento coperti di macchie occhieggiano dietro le sudice ante delle vetrine. Per quanto sgradevoli possano sembrare gli altri invitati, manca il brusio dei loro discorsi. Sono la linfa vitale di questo posto, di cui riempiono gli spazi dove altrimenti cadrebbe  un lugubre silenzio. Blackheath è viva soltanto grazie alle persone che la abitano. In loro assenza, l’edificio non è altro che un rudere deprimente in attesa del pietoso intervento della palla d’acciaio di un demolitore.” Tratto da “Le sette morti di Evelyn Hardcastle” di Stuart Turton, tradotto da Federica Oddera, Neri Pozza.

“Ogni parola sfrigola di rabbia. Posso solo immaginare cosa si prova a essere così concentrati sul futuro da vedersi cogliere alla sprovvista dal presente.” Tratto da “Le sette morti di Evelyn Hardcastle” di Stuart Turton, tradotto da Federica Oddera, Neri Pozza.

“Renny osservava a turno tutti i contendenti, irritato dal baccano che facevano e dall’inutilità della schermaglia. Tuttavia provava anche una gran soddisfazione, perché quella era la sua famiglia, la sua tribù. Era il capofamiglia, il capitano. Comandarli, provvedere a loro ed  essere da loro tormentato, perseguitato e importunato gli dava un piacere semplice, diretto  e primordiale.” Tratto da “Jalna” di Mazo de la Roche, tradotto da Sabina Terziani, Fazi.

“E Jalna cos’era? La casa, lui lo sapeva bene, aveva un’anima. Ne aveva udito i sospiri, i movimenti della notte. Credeva che a volte gli spiriti di suo padre, delle sue mogli, del nonno e persino quelli dei Whiteoak morti in fasce, venissero dal cimitero per radunarsi lì e ristorarsi bevendo l’essenza di Jalna, uno spirito che era tutt’uno con la pioggia fine che cominciava a cadere proprio in quel momento.” Tratto da “Jalna” di Mazo de la Roche, tradotto da Sabina Terziani, Fazi.

“La sala da pranzo era molto grande e piena di mobili classici che avrebbero adombrato e gettato nella depressione una famiglia meno energica di quella. La credenza e le vetrinette raggiungevano quasi il soffitto, dal quale incombevano massicci cornicioni; mentre le imposte e i tendaggi in velours giallo, trattenuti da cordoni spessi come canapi dalle cui estremità pendevano nappe simili alle statuine dell’arca di Noè, escludevano ogni influenza esterna. In quella stanza i Whiteoak potevano bisticciare, rimpinzarsi, bere e quant’altro, sicuri che il mondo non li avrebbe disturbati.” Tratto da “Jalna” di Mazo de la Roche, tradotto da Sabina Terziani, Fazi.

“Sono in grado o no di essere educate? Napoleone pensava di no. Il Dr. Johnson pensava di sì. Hanno un’anima o non hanno un’anima? Certi selvaggi dicono di no. Altri al contrario sostengono che le donne sono quasi divine, e perciò le adorano. Certi saggi dicono che il loro cervello è più superficiale; altri che la loro coscienza è più profonda. Goethe le onorava; Mussolini le disprezza. Ovunque si volge lo sguardo, gli uomini stanno pensando alle donne, e pensano cose diverse. Decisi che era impossibile arrivare a una conclusione, guardando con invidia il lettore accanto a me il quale faceva i più lindi riassunti, spesso intestati da una A o una B o una C; invece il mio quaderno era una confusione di scarabocchi e di appunti contradditori.” Tratto da “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf, tradotto da J. Rodolfo Wilcock e Livio Bacchi Wilcock, Feltrinelli.

“Le donne non scrivono libri sugli uomini; un fatto che mi diede molto sollievo, perché se prima dovevo leggere tutto ciò che gli uomini hanno scritto sulle donne, poi tutto ciò che le donne hanno scritto sugli uomini, l’aloe che fiorisce soltanto ogni cento anni avrebbe dovuto fiorire due volte prima che io fossi in grado di cominciare a scrivere sull’argomento. Pertanto, scegliendo nel modo più arbitrario una dozzina di volumi, lasciai i miei pezzi di carta nel cestino, e mi misi ad aspettare nella mia poltrona, fra gli altri ricercatori dell’olio essenziale della verità.” Tratto da “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf, tradotto da J. Rodolfo Wilcock e Livio Bacchi Wilcock, Feltrinelli.

“La libertà intellettuale dipende da cose materiali. La poesia dipende dalla libertà intellettuale. E le donne sono sempre state povere, non soltanto in questi duecento anni, ma dagli inizi dei tempi.” Tratto da “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf, tradotto da J. Rodolfo Wilcock e Livio Bacchi Wilcock, Feltrinelli.

“Ha un occhio avido e curioso sul mondo che la circonda, perfino vorace: osserva senza attirare l’attenzione, agguanta mentalmente ciò che le potrebbe tornare utile e si affretta a rimodellare le idee altrui, rubate sì, ma con stile. Annetta non ha bisogno di affidarsi a qualcuno, ha fiuto per gli affari e vuole muoversi in solitudine. È lei la sua unica responsabile, l’imprenditrice che sceglie da sé e per sé; è libera, sola e vuole restarci.” Tratto da “Una volta è abbastanza” di Giulia Ciarapica, Rizzoli.

“Le tre donne non si parlano, ma la stanza risuona delle risate dei bambini, del respiro pesante di Sandra, del rumore dei pensieri della Fefena, dell’eco delle emozioni di Giuliana.” Tratto da “Una volta è abbastanza” di Giulia Ciarapica, Rizzoli.

“L’Italia del 1945, liberata e riunificata, si trova ad affrontare i problemi e le incognite di un dopoguerra difficile. È l’Italia della Resistenza, della Liberazione e dei partigiani, ma è anche l’Italia della fame e della disoccupazione. A Casette d’Ete il riflesso della nazione sconfitta e ancora non del tutto arbitra del proprio destino si rispecchia nei piccoli drammi quotidiani, nella miseria che assume sempre nuove forme e colori, immutata e immutabile; la stessa miseria che costringe gli abitanti a reinventarsi giorno dopo giorno, notte dopo notte.” Tratto da “Una volta è abbastanza” di Giulia Ciarapica, Rizzoli.

“Non importa neppure più tanto cosa si sta leggendo, è un piacere sottilmente fisico generato dal puro disporsi della scrittura nello spazio, dalla leggerezza delle sue movenze, dal suono cristallino che fa rimbalzando sul tavolo di marmo della nostra attenzione. Si legge non tanto per imparare, allora, né in fondo per essere intrattenuti in modo intelligente: lo si fa per lasciare che quella prosa scorra su certe personali stanchezze, o sconfitte, o disfatte, e ne lenisca il bruciore, sciacquando via lo sporco dalla ferita. Così si legge per il puro piacere della lettura – e per salvarsi.” Tratto da “Una certa idea di mondo” di Alessandro Baricco, Feltrinelli Editore.

“Posso sbagliarmi, ma oggi chi ha molto talento per scrivere un libro ne ha anche abbastanza per capire che non ne vale più tanto la pena. Cioè, lo puoi anche fare, ma se ne accorgono in pochi, nessuno ha voglia di parlarne, il talento è ritenuto un’ineleganza, i romanzi un genere periferico. La corrente del fiume trascina altrove, e molti ne deducono con tranquillità la verità indiscutibile che è meglio essere vivi che bravi. Dopo tutto, se davvero hai un talento bestiale per la scrittura, di sicuro sei sveglio abbastanza per fare bene un sacco di altre cose.” Tratto da “Una certa idea di mondo” di Alessandro Baricco, Feltrinelli Editore.

“Scrivo lentamente. Sforzandomi di far emergere la trama significativa di una vita da un insieme di fatti e di scelte, ho l’impressione di perdere, strada facendo, lo specifico profilo della figura di mio padre. L’ossatura tende a prendere il posto di tutto il resto, l’idea a correre da sola. Se al contrario lascio scivolare le immagini del ricordo, lo rivedo com’era, la sua risata. E la sua andatura, mi conduce per mano alla fiera e le giostre mi terrorizzano, tutti i segni di una condizione condivisa con altri mi diventano indifferenti. Ogni volta, mi strappo via dalla trappola dell’individuale.” Tratto da “Il posto” di Annie Ernaux, tradotto da Lorenzo Flabbi, L’orma.

“Nello scrivere, una via stretta tra la riabilitazione di un modo di vivere considerato come inferiore e la denuncia dell’alienazione che l’accompagna. Poiché quella maniera di vivere era la nostra, persino felice, ma anche umiliata dalle barriere della nostra condizione (consapevolezza che «da noi non è abbastanza come si deve»), vorrei dirne allo stesso tempo la felicità e l’alienazione. E invece, impressione di volteggiare da una sponda all’altra di questa contraddizione.” Tratto da “Il posto” di Annie Ernaux, tradotto da Lorenzo Flabbi, L’orma.

“Il termine gabber deriva dal bargoens, un gergo originario del Diciassettesimo secolo, utilizzato da una casta emarginata di nomadi, zingari, circensi, venditori ambulanti e commercianti ebrei. Questo slang, simile all’argot francese, alla spagnola germanía o al furbesco italiano serviva a non farsi capire dagli estranei e dalla polizia. Diversi vocaboli yiddish finirono per entrare a far parte del vocabolario bargoens; da lì vennero in seguito adottati dall’olandese comune, come mesjogge (pazzo),  jatten (rubare) e per l’appunto gabber (amico, compagno). «Hey, gabber» diventò così un saluto di strada tra appartenenti alla classe operaia.” Tratto da “Generazione gabber” di Federico Chiari, in: The Passenger Olanda, Iperborea.

“Se qualcuno trasferisse il fungo delle piste ciclabili in Islanda, scommetto che i troll uscirebbero da dietro le loro rocce presi da somma curiosità. Non è da escludere che di notte prendano vita: i funghi della pista ciclabile sono gli hobbit all’ombra dei cartelli stradali, sono adulti ma alti quanto nanetti. E insopportabilmente carini – carini e insopportabili – come gli hobbit.” Tratto da “La terra dove non ci si perde mai” di Frank Westerman, traduzione di Antonio De Sortis, in: The Passenger Olanda, Iperborea.

“Se è difficile per gli stranieri capire perché delle facce dipinte di nero debbano far parte delle festività natalizie, è ancora più difficile per i locali concepire che si possa festeggiare Sinterklaasavond senza Zwarte Piet. In  parte perché la coppia a un livello più profondo rievoca l’antica lotta tra bene e male, il dio della luce e il dio delle tenebre. Sospendendo quanto pensiamo di sapere su Zwarte Piet come figlio della tratta degli schiavi, e san Nicola come il suo padrone, un santo non sarebbe umano senza la sua ombra fisica e psicologica. Interferire nell’equilibrio tra luce e ombra può essere azzardato.” Tratto da “Chi è l’aiutante nero di San Nicola” di Emily Raboateau, traduzione di Nicola Lecca, in: The Passenger Olanda, Iperborea.

“Mai si era sempre segretamente ritenuta priva di quel tipo di forza nota genericamente come tenacia. Se per diventare una strega serviva quello, Mai non cominciava da zero, ma da meno di zero. Le prospettive non erano più così rosee.” Tratto da “Un’estate con la strega dell’Ovest” di Kaho Nashiki, tradotto da Michela Riminucci, Feltrinelli Editore.

Non posso restare qui per sempre. I cedri del Giappone con le cime mosse dal vento allineate al di là delle risaie, il fiume un po’ in ombra che scorreva ancora oltre, le montagne verdi, le nuvole bianche e, proseguendo, il cielo azzurro. Mai non riusciva a staccare gli occhi dal paesaggio, in preda a un sentimento che poteva essere tristezza o nostalgia.” Tratto da “Un’estate con la strega dell’Ovest” di Kaho Nashiki, tradotto da Michela Riminucci, Feltrinelli Editore.

“Dal bosco di cedri del Giappone in fondo al sentiero stava salendo lentamente la nebbia. Mai cominciò a camminare in quella direzione senza un motivo preciso. Sentiva che laggiù c’era un mondo più sereno e tranquillo, in cui voleva immergersi. Camminò attraverso un bosco di conifere oltre il quale si estendeva una palude. Era da lì che saliva la nebbia.” Tratto da “Un’estate con la strega dell’Ovest” di Kaho Nashiki, tradotto da Michela Riminucci, Feltrinelli Editore.

“Con il passare delle ore l’inondazione iniziò a placarsi. Abbandonò la casa dei Willoweed e al suo posto lasciò fango e alghe di fiume, insieme a un intenso odore di umidità. I bambini avevano disposto delle pietre in tutto il giardino per contrassegnare il ritrarsi dell’acqua. Il giardino declinava verso il fiume e quando calò la sera la metà fu nuovamente visibile, i fiori fradici e pesanti distesi sul terreno, l’erba verde lussureggiante. Alcuni strani oggetti morti erano sparsi qua e là. Il Vecchio Ives li raccolse e li mise nella cesta della legna. Dennis, con gli occhi tristi, lo guardò spingervi dentro un pavone. ” Tratto da “Chi è partito e chi è rimasto” di Barbara Comyns, tradotto da Cristina Pascotto, Safarà.

“Ives arrivò la mattina seguente ben fornito di tutte le notizie e delle chiacchiere che circolavano in paese. Quando Nonna Willoweed udì la sua voce concitata fluttuare dalla cucina, strattonò la corda della sua grande campana e ordinò che Ives fosse mandato immediatamente da lei. Al vecchio non andava a genio l’idea di entrare nelle camere da letto di signore attempate;  ma non vedeva l’ora di raccontare le sue novità e così seguì docilmente Eunice”. Tratto da “Chi è partito e chi è rimasto” di Barbara Comyns, tradotto da Cristina Pascotto, Safarà.

“L’ottico tornò a casa. Una volta lì si lasciò cadere a pancia in giù sul letto, quel letto che bastava esattamente per una persona, e si sentì pesante almeno quanto il cuore di una balenottera azzurra,  pesante come qualcosa che era anatomicamente impossibile da sollevare. “Devo dirlo a Selma” pensò prima di addormentarsi, “devo dirle che la solidità e la pesantezza possono toccare questi livelli, ammesso che ancora non lo sappia.” Tratto da “Quel che si vede da qui” di Maria Leky, tradotto da Scilla Forti, Keller.

“Stavo citando una frase dell’ottico. Vivevamo in una terra pittoresca, meravigliosa, paradisiaca, lo suggerivano anche le scritte arcuate delle cartoline che il bottegaio teneva esposte sul bancone. Eppure quasi nessuno se ne accorgeva: quella bellezza veniva puntualmente ignorata, saltata a piè pari, abbandonata a se stessa, ma saremmo stati i primi a lamentarci a gran voce se un giorno non si fosse palesata.” Tratto da “Quel che si vede da qui” di Maria Leky, tradotto da Scilla Forti, Keller.

“Le cose che non vedi non possono sparire, aveva detto l’ottico, o qualcosa del genere, e io pensai che forse potevano sparire solo se venivano affrontate.” Tratto da “Quel che si vede da qui” di Maria Leky, tradotto da Scilla Forti, Keller.

“Anacronismo. Forse leggere è l’unica pratica continua rimasta al mondo. Ce ne sono altre – la musica, per esempio -, ma nessuna che faccia della continuità una ragion d’essere così dispotica come la lettura. Leggere è sottomettersi a un impero estinto: l’impero della linearità. Impossibilità di abbreviare, prendere scorciatoie, skippare (senza mettere a repentaglio la comprensione di ciò che si legge, ovvio).” Tratto da “Trance” di Alan Pauls, tradotto da Gina Maneri, Edizioni Sur.

“Traductores [traduttori]. Di fronte a un’incongruenza nel testo che traduce, il traduttore non la attribuirà mai a un errore o a una distrazione dell’autore, anche quando è evidente che le cause non possono essere altre. Secondo un modus operandi molto diffuso,  si limiterà a fargliela notare astenendosi dall’esprimere un’opinione, semplicemente presentando il caso, nel modo asettico di un medico legale, e attenderà in silenzio, paziente, una risposta. ” Tratto da “Trance” di Alan Pauls, tradotto da Gina Maneri, Edizioni Sur.

“Zugzwang. Così chiamano i tedeschi, negli scacchi, la situazione critica, a quanto pare indesiderabile, in cui un giocatore si trova nello stesso vicolo cieco in cui si trova lui in aereo: l’obbligo di muovere. Solo che mentre il giocatore la prende per una crisi definitiva, perché la mossa a cui è condannato conduce al disastro, lui, nel suo stretto sedile, con la cintura ben allacciata e la luce che cade implacabile al centro della pagina del libro aperto sulle sue gambe, lui è in paradiso.” Tratto da “Trance” di Alan Pauls, tradotto da Gina Maneri, Edizioni Sur.

“I nostri morti erano come le costellazioni: non potevamo toccarli ma non avevamo alcun dubbio che esistessero. Sapevamo che avrebbero avuto un destino glorioso e, anche se avremmo potuto augurarci per loro la cessazione di ogni fatica, sapevamo che quel destino era naturale come lo era per noi la musica.” Tratto da “Rosamund” di Rebecca West, tradotto da Francesca  Frigerio, Fazi.

“La sua unica fonte di potere era il suo genio musicale. Non traeva alcun tipo di incoraggiamento dai contatti con la gente imposti dalla  professione, e il fatto che qualcuno nel pubblico traesse piacere dalla sua bellezza la infastidiva. Sentiva di essere obbligata ad apparire fisicamente davanti al pubblico per suonare, ma credeva anche che il pubblico non avesse il diritto di trarre vantaggio da quell’obbligo per formulare qualche giudizio non richiesto sulla sua persona.” Tratto da “Rosamund” di Rebecca West, tradotto da Francesca  Frigerio, Fazi.

“Ci fermammo lì in ascolto del rumore di una cascatella d’acqua che di giorno non avevamo mai udito; mi ritrovai ad aspettare il grido che sembrava poter provenire dalla bocca spalancata di un cherubino intagliato sopra un epitaffio, messo violentemente in rilievo dai raggi della luna. Ma se anche la pietra avesse parlato, non sarebbe stato quel miracolo a rendere il momento straordinario: la luce della luna e il silenzio di dicembre sembravano fondersi come le note di una tromba suonate in un unico soffio a unire il passato, il presente, il futuro.” Tratto da “Rosamund” di Rebecca West, tradotto da Francesca  Frigerio, Fazi.

“Nella vita ci sono tre grandi domande. Chi sei? Dove vai? Facciamo l’anestesia? So rispondere solo alla terza. È sempre meglio fare l’anestesia. Anche ai sentimenti. ” Tratto da “Alla radice” di Miika Nousiainen, tradotto da Marcello Ganassini, Iperborea.

“Da giovane ridevo dei giapponesi che puntavano le loro macchine fotografiche sulla cattedrale di Helsinki e, quello stesso pomeriggio, erano già nel centro storico di Stoccolma a fotografare tutto anche lì. Ora non riderei più. Sono diventato giapponese anch’io. Lo siamo tutti.  Loro erano solo più avanti di noi. D’altronde è da lì che sorge il sole.” Tratto da “Alla radice” di Miika Nousiainen, tradotto da Marcello Ganassini, Iperborea.

“Poi è arrivata la crisi dei cinquant’anni. È durata dieci minuti. Stavo tornando a casa dal lavoro. Dallo studio di tatuaggi che c’è accanto alla clinica sono usciti due fidanzati. Hanno confrontato le scritte che avevano sulla mano, i loro nomi e qualcos’altro di irrealistico sull’amore eterno. Ormai si saranno già lasciati, ma in quel momento li ho invidiati. Il tatuaggio è quanto resta di un momento di vita vissuta. Loro qualche cosa l’avevano fatta. Io, un dentista di cinquant’anni, me ne stavo lì a vergognarmi di me.” Tratto da “Alla radice” di Miika Nousiainen, tradotto da Marcello Ganassini, Iperborea.

“Eravamo come degli alieni. Come gli ultimi sopravvissuti sulla terra. Se in qualche modo è vero che il linguaggio condiziona il nostro modo di pensare, non avrei mai potuto essere diversa da com’ero. E la lingua che avevo imparato fin da piccola, non la parlava nessun altro. Quindi sarei rimasta sempre emarginata, sola, e a disagio con gli altri. Era la mia lingua a imporlo. La lingua che mi avevi insegnato tu.” Tratto da “Nel profondo” di Daisy Johnson, tradotto da Stefano Tummolini, Fazi.

“I luoghi dove siamo nati ritornano. Si travestono da emicranie, mal di stomaco, insonnia. Sono la sensazione di cadere con cui a volte ci svegliamo, brancolando in cerca della luce, certi che tutto ciò che abbiamo costruito sia scomparso nella notte. I luoghi dove siamo nati ci diventano estranei. Non ci riconoscono più, anche se noi li riconosceremo per sempre.” Tratto da “Nel profondo” di Daisy Johnson, tradotto da Stefano Tummolini, Fazi.

“Ho sempre saputo che per cancellare il passato non basta volerlo. Il passato ci lancia dei segnali: uno schiocco o uno scricchiolio nella notte, una parola che sbagliamo a scrivere, uno slogan sentito alla TV, l’attrazione che proviamo o meno per un corpo, un suono che ci ricorda questo o quest’altro. Il passato non è un filo che ci lasciamo alle spalle, ma un’ancora.” Tratto da “Nel profondo” di Daisy Johnson, tradotto da Stefano Tummolini, Fazi.

“Wemyss diventò subito un sostegno anche per la zia, al punto che finì per aggrapparsi a lui. Adesso erano due le persone che dipendevano da lui, e ciò rese impossibile qualsiasi dialogo privato con Lucy. Non la vide più da sola fino al momento del funerale, ma se non altro, proprio grazie all’incapacità della zia di fare a meno del suo aiuto, non fu costretto a trascorrere ore di solitudine come aveva fatto fino ad allora.” Tratto da “Vera” di Elizabeth von Arnim, tradotto da Sabina Terziani, Fazi.

“Confortare ed essere confortati, ecco cosa avevano fatto l’uno per l’altra in quei quattro giorni, e non poteva credere che lei, senza di lui, non avrebbe sentito lo stesso senso di vuoto che lui stesso sapeva che avrebbe provato senza di lei.” Tratto da “Vera” di Elizabeth von Arnim, tradotto da Sabina Terziani, Fazi.

“Non era forse giusto e sano reagire allontanandosi dall’orrore? Non era proprio quello il modo in cui la natura si proteggeva dall’onnipresenza della morte? In fondo, a che pro moltiplicare l’orrore rimanendovi inchiodati davanti con gli occhi sbarrati e i capelli dritti, lasciandosi invadere fino a diventare tu stesso un orrore per gli altri?” Tratto da “Vera” di Elizabeth von Arnim, tradotto da Sabina Terziani, Fazi.

“La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato. Scrivere te stessa significa ricordare che sei nata con rabbia e sei stata una colata lavica densa e continua, prima che la tua crosta si indurisse e si spaccasse per lasciar affiorare una specie di amore, o che la forza inutile del perdono venisse a levigarti e ad appiattire ogni tuo avvallamento.” Tratto da “La straniera” di Claudia Durastanti, La nave di Teseo.

“E poi ci sono gli altri, i migranti potenziali. Come si chiamano quelli  che non sono mai partiti ma si sentono altrove rispetto alle proprie quotidiane circostanze? Il lessico delle migrazioni è fatto di vocaboli che rimandano alla vittoria o al fallimento. Ci sono sempre eroismi da celebrare o morti da compiangere, ma di questo lessico fa parte anche chi non ha mai avuto accesso a una partenza, chi abita un paese lontano solo con il desiderio o l’illusione; chi memorizza la mappa di un altro continente come se fosse un quadro a olio in cui dipingersi dentro, fino a impastarsi nella tela, e a diventare un altro paesaggio.” Tratto da “La straniera” di Claudia Durastanti, La nave di Teseo.

“È in quegli anni in soffitta che Fernanda Pivano è diventata la mia  migliore amica. Mia madre aveva le sue traduzioni di Kerouac e Fitzgerald, traduzioni che avrei scoperto essere pieni di errori e di incuria solo all’università, quando tutti la prendevano in giro, ma non mi sarebbe importato: io di errori nella traduzione ne facevo sempre e continuo a farli, perché nessun significato assume una forma stabile in me, e tutto quello che penso, e quello che poi dico, soffre nella trasmigrazione tra paesi diversi, sanguinando proprio come gli astronauti che hanno trascorso troppo tempo nello spazio e quando tornano a casa hanno epistassi continue sotto il sole.” Tratto da “La straniera” di Claudia Durastanti, La nave di Teseo.

“Ai suoi occhi la città era un caleidoscopio di colori accesi: il suono dei violini da un caffè, una voce che gridava “Vittoria!”, le risate di una coppietta a passeggio, incontri fugaci di cui serbava solo il ricordo di un gesto o di un’occhiata. In un’epoca e in una città di facili scambi, nessuno le rivolgeva la parola. Era sempre sola: tutte le sue amiche erano morte, oppure si trovavano in Francia o in Mesopotamia. Nei primi mesi dopo la guerra, Londra era un cumulo rumoroso di macerie, non un luogo di gioia. Lei era troppo giovane per accorgersene e andava ovunque ci fossero musica e calore a buon mercato, vivendo attraverso i suoi occhi.” Tratto da “Company Parade” di Margaret Storm Jameson, tradotto da Velia Februari, Fazi.

“Erano moltissime le cose che l’avevano resa ciò che era diventata, non ultima la sua diffidenza nei confronti di Penn. Non potersi fidare della persona a cui si è più legati è una terribile disgrazia. Hervey non ammetteva di doversi guardare dal marito, ma ne aveva il forte sospetto. Voleva ancora qualcosa da lui, prima di tutto che lavorasse per il bene di loro figlio.” Tratto da “Company Parade” di Margaret Storm Jameson, tradotto da Velia Februari, Fazi.

“Si vergognava della propria timidezza e non riusciva a comprendere che niente, in una società di scrittori, era più monotono della cortesia e del buon cuore. A casa di Evelyn conobbe molte persone famose o sul punto di diventarlo. Solo alcune si intrattennero con quella giovane garbata che non aveva nulla da dire di se stessa. Su queste persone Hervey lasciò un’impressione profonda, ma non in tutti i casi positiva. Solo William Ridley ebbe la sensibilità di notare che era pervicace, cocciuta e maligna.” Tratto da “Company Parade” di Margaret Storm Jameson, tradotto da Velia Februari, Fazi.

“La tua lettura non è più solitaria: pensi alla Lettrice che in questo stesso momento sta aprendo anche lei il libro, ed ecco che al romanzo da leggere si sovrappone un possibile romanzo da vivere, il seguito della tua storia con lei, o meglio: l’inizio d’una possibile storia. Ecco come sei già cambiato da ieri, tu che sostenevi di preferire un libro, cosa solida, che sta lì, ben definita, fruibile senza rischi, in confronto dell’esperienza vissuta, sempre sfuggente, discontinua, controversa. Vuol dire che il libro è diventato uno strumento, un canale di comunicazione, un luogo d’incontro? Non per ciò la lettura avrà meno presa su di te: anzi, qualcosa s’aggiunge ai suoi poteri.” Tratto da “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino, Mondadori.

“C’è una linea di confine: da una parte ci sono quelli che fanno i libri, dall’altra quelli che leggono. Io voglio restare una di quelli che li leggono, perciò sto attenta a tenermi sempre al di qua di quella linea. Se no, il piacere disinteressato di leggere finisce, o comunque si trasforma in un’altra cosa, che non è quello che voglio io. È una linea di confine approssimativa, che tende a cancellarsi: il mondo di quelli che hanno a che fare coi libri professionalmente è sempre più popolato e tende a identificarsi col mondo dei lettori.” Tratto da “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino, Mondadori.

“Rinunciare alle cose è meno difficile di quel che si crede: tutto sta a cominciare. Una volta che sei riuscito a prescindere da qualcosa che credevi essenziale, t’accorgi che puoi fare a meno anche di qualcos’altro, poi ancora di molte altre cose. Eccomi dunque a percorrere questa superficie vuota che è il mondo.” Tratto da “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino, Mondadori.

“Padre e figlia erano diversi come il giorno e la notte. Evelyn aveva il naso stretto e appuntito, gli occhi castano chiaro, non di quel marrone simile al nero tipico degli occhi della maggior parte dei negri; aveva le labbra rosa e sottili e, esattamente come sua madre e sua sorella, aveva una carnagione più simile a quella di una spagnola che a quella di una donna negra. Suo padre invece era un autentico uomo nero. Figlio di ex schiavi di origine senegalese mai meticciati, nel Seventh Ward il suo colore saltava talmente all’occhio che era la prima cosa a essere citata da chiunque volesse riferirsi a lui senza dargli troppo lustro.” Tratto da “La libertà possibile” di Margaret Wilkerson Sexton, tradotto da Arianna Pelagalli, Fazi.

“Fermo là, negro”, gli urlò Tiger. Era un modo di dire che a T.C. ancora provocava i brividi. Tecnicamente significava solo vieni qua o voglio dirti una cosa ma era l’espressione che T.C. si era sentito gridare prima di essere aggredito alle superiori, e una volta, prima di cominciare a spacciare, tre tizi lo avevano accerchiato con la stessa frase prima di puntargli una pistola alla testa.” Tratto da “La libertà possibile” di Margaret Wilkerson Sexton, tradotto da Arianna Pelagalli, Fazi.

“Dopo aver perso la borsa di studio alla LSU aveva comunque frequentato le lezioni alla Dillard University e riempito sacchetti della spesa nel supermercato di quartiere, ma la New Orleans che conosceva non era sopravvissuta all’uragano, e sulla sua  scia anche lui era diventato una persona diversa.” Tratto da “La libertà possibile” di Margaret Wilkerson Sexton, tradotto da Arianna Pelagalli, Fazi.

“Alice, povera ragazza, possedeva la penosa abilità di confondersi e mettersi in imbarazzo da sola, anche nella solitudine di pensieri casuali e innocenti: gran parte dei suoi momenti privati in cui non era concentrata su qualcosa (e ne aveva molti, essendo una persona piuttosto timida), li trascorreva in realtà in compagnia di un dispettoso folletto immaginario, anonimo e irridente, la cui missione era farla cadere in contraddizione oppure in osservazioni banali o doppi sensi o semplici sciocchezze, per poi puntarle il dito contro.” Tratto da “Le mezze verità” di Elizabeth Jane Howard, tradotto da Manuela Francescon, Fazi Editore.

“Un uomo molto interessante le aveva consigliato poco tempo prima di vivere nel presente. Recuperò il pezzo di cavolo e lo rimise nella ciotola. Il guaio, col presente, era che c’era sempre ed era così facile viverci dentro che quando quell’uomo le aveva insinuato il dubbio che lei non lo stesse facendo nel modo giusto, May gli aveva creduto subito.” Tratto da “Le mezze verità” di Elizabeth Jane Howard, tradotto da Manuela Francescon, Fazi Editore.

“Elizabeth era a Londra da una settimana quando trovò con suo grande sollievo una sorta di lavoro. La vita con Oliver, benché fosse eccitante, aveva finito col disorientarla: era un po’ come fare una vacanza troppo intensa o come l’ultima settimana di vita o come l’ultima prima di essere arrestati o come un eterno compleanno. Elizabeth non sapeva davvero come descriverla.” Tratto da “Le mezze verità” di Elizabeth Jane Howard, tradotto da Manuela Francescon, Fazi Editore.