Cocktail di citazioni - Cocktail di libri

Un mix di libri con citazioni on the rocks

Cocktail di citazioni

“Il mare è sempre teatro di eventi insoliti, una  cosa o l’altra va alla deriva o si incaglia oppure cade in acqua durante la notte quando cambia il vento.” Tratto da “Il libro dell’estate” di Tove Jansson, tradotto da Carmen Giorgetti Cima, Iperborea.

“In Alaska non ha alcuna importanza ciò che eravate prima; qui conta soltanto ciò che diventate. Siete in una terra selvaggia, ragazze. Questa non è una favola né una fiaba. Ed è tosta. Presto arriverà l’inverno e, credetemi, un inverno così non l’avete mai provato.” Tratto da “Il grande inverno” di Kristin Hannah, tradotto da Federica Garlaschelli, Mondadori.

“Malgrado tutte le foto che Leni aveva visto e tutti gli articoli e i libri che aveva letto, la bellezza selvaggia e spettacolare dell’Alaska la colse di sorpresa. Era una terra in un certo senso soprannaturale, magica nella sua immensità, un paesaggio ineguagliabile costellato di svettanti cime bianche coperte di ghiacciai che correvano lungo tutto l’orizzonte, con sommità aguzze come coltelli stagliate in un limpido cielo blu fiordaliso.” Tratto da “Il grande inverno” di Kristin Hannah, tradotto da Federica Garlaschelli, Mondadori.

“In fondo al vulcano si dipartono strade che portano fuori dall’abisso.” Tratto da “Figlie di una nuova era” di Carmen Korn, tradotto da Manuela Francescon e Stefano Jorio, Fazi Editore.

“E nemmanco noi capivamo bene bene la differenza tra richiedenti asilo, profughi, rifugiati, migranti, perché le spiegazioni si rassomigliavano tutte, parevano una poesia imparata a memoria: «Si tratta di persone costrette a traversare deserti mari monti come uccelli migratori, impallinati ai varchi da cacciatori senza scrupoli». L’unica parola a noi familiare era migranti, perché così ci chiamavano quando partivamo dalla nostra terra, ma con una “e” davanti.” Tratto da “Le rughe del sorriso” di Carmine Abate, Mondadori.

“Una cosa è certa: restare è difficile come partire. Ci vuole per entrambi tanto coraggio. Il che ad Antonio non manca e, da quel poco che conosciamo noi, neanche a Sahra.” Tratto da “Le rughe del sorriso” di Carmine Abate, Mondadori.

“È la cosa che sanno fare meglio i migranti, fin dalla partenza: aspettare.” Tratto da “Le rughe del sorriso” di Carmine Abate, Mondadori.

“Camilla ascoltava rapita, era come se la vita di quelle persone avesse gravitato intorno a quell’abito, un pezzo di stoffa che, con la propria trama, si era legato al filo della loro esistenza. Era questo che rappresentava per lei la moda: un legame, una storia.” Tratto da “La stanza della tessitrice” di Cristina Caboni, Garzanti.

“Ma lei credeva che, come le stoffe erano fatte di fili, anche i fili della vita si univano e si intrecciavano creando dei disegni.” Tratto da “La stanza della tessitrice” di Cristina Caboni, Garzanti.

“All’orizzonte il profilo azzurro delle colline, e ancora più in là, pensava Priscilla, c’era la libertà.” Tratto da “Una principessa in fuga” di Elizabeth von Arnim, tradotto da Sabina Terziani, Fazi Editore.

“Nella casa al n. 7 di Saville Row, Burligton Gardens, dove nel 1816 morì Sheridan, viveva nel 1872 Phileas Fogg, esq., il quale, sebbene facesse di tutto per rimanere inosservato, era uno dei membri più noti e originali del Reform Club di Londra.” Tratto da “Il giro del mondo in 80 giorni” di Jules Verne, tradotto da Maria Antonietta Cauda, Newton Compton.

“Come ha osservato Giuseppe Antonelli, siamo diventati (chi più chi meno) graforroici, nel senso che, come i temuti logorroici di un tempo, scriviamo tanto e in continuazione e, a testimonianza della confusione tra i canali comunicativi, chiamiamo questa nostra attività chattare, cioè ʻchiacchierareʼ: insomma con la diffusione del digitale in certe condizioni scripta volant.” Tratto da “Organizzare il discorso in rete. Caratteristiche della testualità digitale” di Massimo Palermo, in: L’Italiano e la rete, le reti per l’italiano, goWare.

“I tempi, i modi e le forme di scambio odierne sono il risultato della connessione costante, sostengono uno scambio potenzialmente continuo, condizione che non ha un corrispettivo nelle interazioni fisiche sottoposte ai limiti del tempo e dello spazio.” Tratto da “Storia, lingua e varietà della Comunicazione Mediata dal Computer” di Elena Pistolesi, in: L’Italiano e la rete, le reti per l’italiano, goWare.

“Momenti mancati. Una parola, un gesto, può cambiare tutta la tua vita, può distruggere o sistemare tutto.” Tratto da “Lead Street, Albuquerque” di Lucia Berlin, tradotto da Manuela Faimali, in: Sera in paradiso, Bollati Boringhieri.

“Non avevo idea di dove mi avrebbe condotta la scala. Oddio, gli Etruschi. Il fatto che nessuno mi parlasse o anche solo mi guardasse accentuava l’illusione che fossimo tutti interpreti per l’eternità nell’opera intitolata Immortalità, pertanto li ignorai mentre infilavo angoli e scale a casaccio finché non caddi in una specie di trance ipnotico e non diventai un tutt’uno, o così mi parve, con la dea di Hathor, con l’Odalisca.” Tratto da “Perdersi al Louvre” di Lucia Berlin, tradotto da Manuela Faimali, in: Sera in paradiso, Bollati Boringhieri.

“Viaggiando prendi le distanze dalle tue giornate, dalla linearità frammentaria e imperfetta del tuo tempo. Come quando leggi un romanzo, eventi e persone diventano eterni e allegorici.” Tratto da “Luna nueva” di Lucia Berlin, tradotto da Manuela Faimali, in: Sera in paradiso, Bollati Boringhieri.

“Il tempo passava e la gente cominciò a dimenticare quel marinaio che era tornato dal mare. Un giorno, Van Hunks stava seduto come al solito in cima alla Montagna del Vento, e passava il tempo col telescopio e la pipa. All’mprovviso si accorse di avere qualcuno alle spalle. Van Hunks si girò di scatto. Dietro di lui c’era un uomo col cappello nero a punta e una barbetta nera a pizzetto.” Tratto da “Van Hunks e il diavolo” di Nelson Mandela, tradotto da Bianca Lazzaro, in: Le mie fiabe africane, Feltrinelli Editore.

“Tanto tempo fa il sole aveva una figlia. Al pari del padre, era una stella di grande splendore, e viveva nel fulgore ancora maggiore del sole. Le sue scarpe erano fatte di fuochi d’artificio luccicanti, e sulle dita, attorno alle caviglie, ai polsi e al collo portava scintille raccolte da stelle cadenti.” Tratto da “La madre che divenne polvere” di Nelson Mandela, tradotto da Bianca Lazzaro, in: Le mie fiabe africane, Feltrinelli Editore.

“Essendo stato incaricato dal conte Trelawney, dal dottor Livesey e dal resto della compagnia di mettere per iscritto tutti i particolari riguardanti la vicenda dell’Isola del Tesoro, dal principio alla fine, tacendo null’altro che la posizione dell’isola, e questo solo perché non è stato dissotterrato tutto il tesoro, prendo la penna nell’anno di grazia 17.. e torno al tempo in cui mio padre gestiva la locanda Ammiraglio Benbow, e il vecchio marinaio col viso bruciato dal sole e sfregiato da un taglio di sciabola prese alloggio sotto il nostro tetto.” Tratto da “L’isola del tesoro” di R.L. Stevenson, tradotto da Lilla Maione, Feltrinelli.

“Quindici uomini sulla cassa del morto | Io-ho-ho, e una bottiglia di rum!” Tratto da “L’isola del tesoro” di R.L. Stevenson.

“In America, il razzismo è la più antica maledizione, ma ci sono altri motivi di divisione: religione, immigrazione, identità sessuale. Talvolta parlare di «loro» è una sorta di oppiaceo che va a blandire la bestia che c’è in ognuno di noi.” Tratto da “Il presidente è scomparso” di Bill Clinton e James Patterson, tradotto da Luca Bernardi, Longanesi.

“Dov’è finito il giornalismo onesto, concreto e imparziale? Ormai è difficile anche definirlo, perché è tutto ingarbugliato: i confini tra fatto e finzione, tra verità e bugie, diventano ogni giorno più tortuosi. Una democrazia non può sopravvivere a lungo senza una stampa libera che aiuti i cittadini a distinguere tra realtà e finzione, e che sappia trarre le logiche conseguenze dagli eventi.” Tratto da “Il presidente è scomparso” di Bill Clinton e James Patterson, tradotto da Luca Bernardi, Longanesi.

“Nessuno ti dice mai che fare il presidente è un’altalena emotiva: grandi picchi di entusiasmo si alternano a cadute deprimenti in cui più che toccare il fondo lo si scava.” Tratto da “Il presidente è scomparso” di Bill Clinton e James Patterson, tradotto da Luca Bernardi, Longanesi.

Era stato grigio tutto il giorno; ma proprio in quell’istante ecco che il sole si aprì uno squarcio tra le nubi e fece cadere i suoi raggi sulla bambina. “Non mi meraviglio che tu voglia dare una occhiata alla pupetta prima di tramontare”, disse Jan al sole. “Vale proprio la pena di guardarla.” Il sole brillando ancora più intensamente gettava una luce rossa sulla bambina e sulla casetta. Tratto da “L’imperatore di Portugallia” di Selma Lagerlöf, tradotto da Adamaria Terziani, Iperborea.

“Se è così, se sei stata la luce e la gioia per i tuoi poveri genitori, puoi con orgoglio portare il tuo vestito”, le disse con dolcezza. “Perché un figlio che sa dare felicità al padre e alla madre è ai nostri occhi la cosa più bella che ci sia data di vedere”. Tratto da “L’imperatore di Portugallia” di Selma Lagerlöf, tradotto da Adamaria Terziani, Iperborea.

“Una città in preda all’esaltazione. I giornali, le prime pagine. Le televisioni locali. Una notizia che faceva il giro del mondo. Il lupo di Berlino. Gente, guardate com’è cambiata questa città. Der Wolf ist ein Berliner.” Tratto da “In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo” di Roland Schimmelpfennig, tradotto da Stefano Iorio, Fazi Editore.

“Tra la zona nord di Prenzlauer Berg e Wedding correva un tempo il confine tra Berlino Est e Berlino Ovest. Là dove un tempo correvano il muro e la striscia della morte c’è oggi il Mauerpark. A nord-ovest del Mauerpark si incontrano e si incrociano in un avvallamento i binari ferroviari provenienti dai quattro punti cardinali. In questa terra di nessuno sotto il Bösebrücke, all’imbrunire del 19 febbraio, indipendentemente gli uni dagli altri e da treni distinti, una ventina di pendolari videro il lupo.” Tratto da “In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo” di Roland Schimmelpfennig, tradotto da Stefano Iorio, Fazi Editore.

“I giornali erano pieni di notizie del genere, già da tempo il lupo aveva un nome o un soprannome. La città era in uno stato di esaltazione. Il lupo perdutosi nel cuore dell’inverno. Il lupo smarrito in viaggio verso Berlino.” Tratto da “In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo” di Roland Schimmelpfennig, tradotto da Stefano Iorio, Fazi Editore.

“Tutte le creature che respirano su questa terra hanno innato l’istinto di uccidere! I vegetariani credono di sfuggirgli, ma è solo perché i vegetali, quando li ammazzi, non urlano. Dare la caccia a ciò che si può cacciare è il corretto istinto dei gatti!” Tratto da “Cronache di un gatto viaggiatore” di Hiro Arikawa, tradotto da Daniela Guarino, Garzanti.

“Ma Satoru mi ha detto: “Ma perché hai catturato una cosa che non mangi nemmeno?”. Mi pare che avesse pure i lacrimoni. Tu saresti stato libero dalle cacche di piccione sul bucato, e io avrei potuto dare la caccia a qualcosa. Quel che si dice due piccioni con una fava…Per inciso, non ho ancora sentito da te una parola di ringraziamento per il fatto che, da quell’unica volta, non si è fatto vedere più nessun piccione sul nostro balcone.” Tratto da “Cronache di un gatto viaggiatore” di Hiro Arikawa, tradotto da Daniela Guarino, Garzanti.

“Il mio mondo girava intorno all’appartamento di Satoru e il mio territorio aveva un raggio d’azione davvero microscopico. Per essere il territorio di un gatto era abbastanza ampio, ma paragonato alla vastità di questo mondo era piccolissimo. Nel mondo ci sono molti più paesaggi che scompaiono senza che un gatto li veda nemmeno una volta prima di morire.” Tratto da “Cronache di un gatto viaggiatore” di Hiro Arikawa, tradotto da Daniela Guarino, Garzanti.

“Alla Signora Saville, Inghilterra

Pietroburgo, 11 dicembre 17—Ti rallegrerai nell’apprendere che nessun disastro ha accompagnato l’inizio di un’impresa alla quale tu guardavi con tanti cattivi presentimenti. Sono arrivato qui ieri, e la prima preoccupazione è stata di rassicurarti, cara sorella, sul fatto che sto bene e che nutro fiducia crescente verso quanto ho intrapreso. Sono già molto più a nord di Londra, e mentre cammino per le strade di Pietroburgo sento una fredda brezza di settentrione che mi sfiora le guance, mi rinvigorisce i nervi e mi riempie di gioia. Puoi capire questo mio sentimento?” Tratto da “Frankenstein” di Mary Shelley, tradotto da Chiara Zanolli e Laura Caretti, Mondadori.

“Il calice della mia vita era stato avvelenato per sempre e, sebbene il sole fosse tornato a splendere su di me, come sui puri di cuore, io mi sentivo, in realtà, circondato da dense e spaventose tenebre.” Tratto da “Frankenstein” di Mary Shelley, tradotto da Nicoletta Della Casa Porta, Giunti Editore.

“Scrittura amministrativa, scrittura amorosa, scritture concepite per celare segreti e sviare l’attenzione. Testai tutti i linguaggi specialistici, il linguaggio del lamento, delle scuse, della negazione. Scrissi frasi semplici, nascondendo le mie stesse parole con la carta autocensurante. Di proposito componevo frasi piene di errori, frasi afflitte da incongruenze verbali e di registro. Frasi di dubbio gusto, di buon gusto, senza gusto. […] Sottraevo lettere alle parole, cancellavo vocali, usavo solo vocali, ne sceglievo una, per esempio la O, e la sostituivo a tutte le altre, per dare aria alle parole,un respiro universale proveniente da un’unica fonte.” Tratto da “L’alfabeto di fuoco” di Ben Marcus, tradotto da Gioia Guerzoni, edizioni Black Coffee.

“Potrei dire che l’amore si mostra in strani modi, ma in questo caso non sarebbe vero. Qualche volta l’amore rifiuta del tutto di mostrarsi. Rimane perfettamente nascosto. Si passa tutta la vita a nasconderlo, è una vera e propria arte. Nascondere l’amore è, a modo suo, lo stratagemma più sofisticato che ci sia.” Tratto da “L’alfabeto di fuoco” di Ben Marcus, tradotto da Gioia Guerzoni, edizioni Black Coffee.

“Se lo si nascondeva troppo, il testo diventava invisibile. Se lo si rivelava in modo che potesse essere visto, bruciava la mente. Qualsiasi cosa si facesse, vedere la scrittura implicava sofferenza.” Tratto da “L’alfabeto di fuoco” di Ben Marcus, tradotto da Gioia Guerzoni, edizioni Black Coffee.

“Qualsiasi atto creativo comporta sofferenza, ci aveva detto la mamma. Anche i compositori lottavano con gli angeli giorno e notte, ma di sicuro avevano avversari più gentili, che di fronte alla loro sconfitta, li abbracciavano e si riconciliavano con loro. Di sicuro non venivano lasciati con gli occhi così incavati, le guance così scarne, incupiti dalla fatica e sottoposti all’obbligo terribile di ricominciare da capo a combattere il giorno successivo.” Tratto da “La famiglia Aubrey” di Rebecca West, tradotto da Francesca Frigerio, Fazi Editore.

“La nota di un flauto è come il richiamo di una giovane civetta in una notte d’estate. È incredibile come possa emettere quello che sembra essere il suono più naturale del mondo e sia così sofisticato nei suoi meccanismi di funzionamento, capace di indugiare nell’orecchio dell’ascoltatore e tuttavia sensibilissimo alle dita, alla lingua e al respiro di chi lo suona, con una prontezza che ne fa uno degli strumenti più agili che ci siano.” Tratto da “La famiglia Aubrey” di Rebecca West, tradotto da Francesca Frigerio, Fazi Editore.

“Com’è che mi sono messa a leggere questo libro?”, ci chiese, e poi emise un sospiro profondo. “Oh, me l’ero quasi dimenticato. Mi piace così tanto che me l’ero quasi dimenticato. Sono davvero senza cuore”, esclamò, alzandosi in piedi. “Ma l’arte è tanto più reale della vita. O meglio, una certa arte è molto più reale di una certa vita”. Tratto da “La famiglia Aubrey” di Rebecca West, tradotto da Francesca Frigerio, Fazi Editore.

“Aveva detto Retorica. Aveva detto Cortigianeria. Aveva detto Demagogismo. Aveva detto Trasformismo. Aveva pesato ciascuna di queste parole. Aveva detto che erano le storiche malattie italiane e che nel fascismo erano riassunte tutte. Aveva detto Tirannide. Aveva detto Esilio in patria. Aveva detto Resteremo al nostro posto.” Tratto da “Mandami tanta vita” di Paolo Di Paolo, Feltrinelli Editore.

“Tanto i libri non si muovono, Piero – lei lo guarda  dalla soglia dello studio, i libri aspettano, si caricano di polvere, diventano fragili e gialli come le mani dei vecchi, però restano. Solleva la valigia, la porta verso l’ingresso. Con gesti veloci si alza gli occhiali sul naso, afferra il cappotto nero dall’appendiabiti e una lunga sciarpa. Con la scusa di bere un sorso d’acqua si riaffaccia nel tinello, dà ancora un’occhiata alla loro camera, alla culla in cui Paolo dorme.” Tratto da “Mandami tanta vita” di Paolo Di Paolo, Feltrinelli Editore.

“Tenta di isolarsi nel rumore della folla, di trarsi fuori da quel movimento di corpi affannoso e preoccupato. La gente si urta per la fretta, le valigie sbattono. Una coincidenza persa, a volte, ci precipita nello sconforto. Ma dove sono diretti tutti? Dove siamo diretti? E lui, dove sta andando, che cosa lo aspetta? Non è questo il punto, non ora. Il segno, si dice – e lo scrive. Il segno: essere sé stessi dappertutto.” Tratto da “Mandami tanta vita” di Paolo Di Paolo, Feltrinelli Editore.

“In retrospettiva, se ci voltiamo indietro a guardare gli otto secoli di storia dell’islandese, la cosa più stupefacente non è tanto l’infinita ricchezza lessicale, la flessione nominale ancora così articolata e complessa o la proliferazione delle eccezioni alle regole; a stupire di più è come questa lingua, parlata oggi da non più di 350mila persone, possa essere ancora viva e vegeta e sia riuscita a resistere alle intemperie, alle eruzioni vulcaniche, alle provocazioni delle lingue più prestigiose e a una scarsissima densità di popolazione, senza mai estinguersi del tutto.” Tratto da “Questione di lingua o di morte” di Silvia Cosimini, in: The Passenger Islanda, Iperborea.

“Sappiamo tutti che per gli stranieri l’Islanda è un po’ come la luna (non per niente Neil Armstrong era venuto qui ad allenarsi) e quando arrivano si direbbe che parecchi si siano spinti un po’ troppo oltre la loro comfort zone.” Tratto da “A che ora accendono l’aurora boreale?” di Hallgrímur Helgason, traduzione di Silvia Cosimini, in: The Passenger Islanda, Iperborea.

“Hai letto Le notti bianche?”, si stupì la compagna. Adelina non l’aveva letto, eppure il profumo di quei fogli gliene aveva narrato la storia con infinita chiarezza: la solitudine del sognatore, l’amore poetico e inaspettato, e poi ancora la solitudine, perpetua e perfetta. Tratto da “L’annusatrice di libri” di Desy Icardi, Fazi Editore.

“Adelina iniziò a prendere in mano testi a caso: alcuni odoravano di rose, martirio ed estasi; altri di pane e carità; altri ancora avevano il sentore asprigno della pedanteria e l’appiccicoso aroma della retorica fine a se stessa.” Tratto da “L’annusatrice di libri” di Desy Icardi, Fazi Editore.

“Adelina promise e si diresse verso casa, domandandosi se una vita senza libri avesse davvero motivo di essere vissuta.” Tratto da “L’annusatrice di libri” di Desy Icardi, Fazi Editore.

“Piansi e piansi ancora, ignoro per quanto tempo. E quando le lacrime terminarono, fu il cuore a continuare a piangere. Eravamo stati vittime della peggiore delle infamità. Non potevo smettere di riflettere sul fatto che l’essere umano è un vaso di sorprese. E che molte volte, scoperchiandolo, si scoprono delle sorprese terribili. Avevo imparato a mie spese, e per sempre, che non c’è limite alle aberrazioni che si possono commettere in nome di una presunta ideologia o per denaro.” Tratto da “La bambina che guardava i treni partire” di Ruperto Long, tradotto da Amaranta Sbardella, Newton Compton.

“Attenzione!”, intimò Koenig. “Saluto alla bandiera!”. E così, nell’inverosimile scenario del deserto del Sahara, al crepuscolo di una delle battaglie più importanti e dure della guerra, i capi delle Forze francesi libere resero omaggio alla futura bandiera di Israele. Tratto da “La bambina che guardava i treni partire” di Ruperto Long, tradotto da Amaranta Sbardella, Newton Compton.

“Era tutto quello che mi rimaneva di lei. E allora mi resi conto con lucidità, in quella notte gelata e crudele, che la maledetta guerra mi aveva strappato via pure la più piccola delle gioie, e la speranza che un giorno avrei rivisto la bambina era l’unico lumicino che ancora riscaldava la mia vita.” Tratto da “La bambina che guardava i treni partire” di Ruperto Long, tradotto da Amaranta Sbardella, Newton Compton.

“È vero, esattamente come l’ha scritto Jim Hawkins. Aveva solo paura della forca, è perfettamente vero com’è scritto. Trovava modo di parlare con tutti e di fare a ciascuno dei favori personali, è tutto vero. Non era un uomo comune, anche questo è vero, da ragazzo aveva fatto i suoi studi e sapeva parlare come un libro stampato, se ne aveva voglia. Aveva maniere distinte, anche questo è incontestabile, da gentiluomo, quando voleva, ed era unico nel suo genere, è la pura verità. Era un tipo curioso in quel mondo che era il suo, anche questo non si può negare. FIn qui va tutto bene e Jim Hawkins non ha detto falsità.” Tratto da “La vera storia del pirata Long John Silver” di Björn Larsson, tradotto da Katia De Marco, Iperborea.

“Nessuno”, ruggii, “nessuno, ricordatevelo bene, può dire a John Silver cosa deve o non deve fare.” I pirati rimasti erano come inchiodati sul ponte. Non avevano mai visto prima una vera testamatta che non fosse sotto l’influsso del rum. Si guardavano l’un l’altro inquieti e incerti, senza che nessuno osasse fare il primo passo. Tratto da “La vera storia del pirata Long John Silver” di Björn Larsson, tradotto da Katia De Marco, Iperborea.

“Questa era la vita dei pirati, signor Defoe e tutti voi che vi siete dati il compito di farne la cronaca: un cerchio tracciato intorno alle loro navi, povero di uomini e di mete. Non eravamo come gli altri marinai. Le nostre navi non navigavano per arrivare da qualche parte. Ci chiamavamo fratelli e compagni, ma la famiglia e gli amici erano l’ultimo dei nostri pensieri.” Tratto da “La vera storia del pirata Long John Silver” di Björn Larsson, tradotto da Katia De Marco, Iperborea.

“La Cabala convoca gli angeli, lo avevano ammonito i suoi maestri, nessuno escluso, ma guai al cabalista incauto che al loro posto invoca un astro demoniaco.” Tratto da “V.I.T.R.I.O.L.” di Vito Ditaranto, Le Mezzelane.

“Era un mago che non sapeva che cosa avrebbe fatto o che cosa doveva fare, e persino che cosa era in grado di fare. Ecco quel che succedeva a lasciare che il sentimento sfrecciasse davanti alla ragione: si arrivava in un vicolo cieco e si restava inchiodati lì.” Tratto da “V.I.T.R.I.O.L.” di Vito Ditaranto, Le Mezzelane.

“Il male, per sua stessa definizione, è quel che personalmente definisco un concetto “di omissione”, con ciò intendendo che è concettualmente non-generato, e dunque vuoto, e si può pensare che acquisisca gli attributi che acquisisce solo in virtù della propria posizione all’opposto del bene. È, per così dire, l’ombra del bene.” Tratto da “V.I.T.R.I.O.L.” di Vito Ditaranto, Le Mezzelane.

“Rudi, proprio lui che amava tanto le parole, era cresciuto invece senza racconti. Non aveva mai osato chiedere, le aveva spiegato, perché era chiaro che l’argomento facesse soffrire sua madre.”
Tratto da “Figlie di una nuova era” di Carmen Korn, tradotto da Manuela Francescon e Stefano Jorio, Fazi Editore.

“Käthe era sconcertata. Che cosa rimaneva se veniva a mancare ogni libertà di azione, se si poteva disporre di una persona come se fosse stata una figurina di plastica all’interno di un complicato giocattolo?”
Tratto da “Figlie di una nuova era” di Carmen Korn, tradotto da Manuela Francescon e Stefano Jorio, Fazi Editore.

“Tu getterai la sorte insieme a noi, avremo in comune una sola borsa. Ed è per questo che un uomo prudente non fa affari con gli ubriaconi, i libertini, i biscazzieri, i ladri o chiunque Dio abbia motivo di trattare con durezza. Tu getterai la sorte insieme a lui, avrete in comune un peccato. E non ci vuole nulla perché un minuscolo veliero vada a schiantarsi contro gli scogli. Non ci vuole nulla perché un carico si inabissi nel buio a cinque braccia di profondità.” Tratto da “La sirena e Mrs Hancock” di Imogen Hermes Gowar, tradotto da Monica Pareschi, Einaudi.

“E poi certo non si può lasciare incustodita una donna marina. Diventa irrequieta, e incomincia ad andare su e giù come se ancora udisse il richiamo tremendo dell’acqua; andrà sulla riva e rimarrà lì ferma mentre la schiuma del mare le scorre tra le caviglie nuove fiammanti, il volto lucido di lacrime. Senza nessuno a guardarla, cercherà il brandello di pelle squamosa che le è caduto di dosso quando l’hanno trascinata fuori dall’acqua. Ora che ha i mezzi per tornare al mare, si libererà senza esitare delle catene materne, dimenticherà le sue promesse di sposa.” Tratto da “La sirena e Mrs Hancock” di Imogen Hermes Gowar, tradotto da Monica Pareschi, Einaudi.

“Una perdita non è un vuoto. Una perdita è una presenza tutta particolare: una perdita occupa spazio; una perdita nasce proprio come ogni altra cosa vivente. Tu credi che le tue braccia siano vuote, e invece io sarò lì.” Tratto da “La sirena e Mrs Hancock” di Imogen Hermes Gowar, tradotto da Monica Pareschi, Einaudi.

“Rudi aveva passato una bella giornata, si era goduto il successo e i riconoscimenti, eppure in lui affiorava ancora, a ondate, il pensiero che si stava concedendo troppa fortuna, troppa felicità, e che a forza di attingere questa si sarebbe esaurita e non gli sarebbe rimasto nulla.” Tratto da “È tempo di ricominciare” di Carmen Korn, tradotto da Manuela Francescon, Fazi Editore.

“C’era un’eccitazione, un senso di novità nell’aria. Tutta quella musica, quella libertà. Ordinarono dei Martini che non furono semplicemente mescolati col cucchiaino, ma shakerati e serviti con piccole olive dure.” Tratto da “È tempo di ricominciare” di Carmen Korn, tradotto da Manuela Francescon, Fazi Editore.

“Guste aveva sempre avuto la capacità di creare dei riti, delle abitudini che rendevano la vita più calda e confortevole ai membri della sua famiglia allargata, tanto che spesso non dovevano nemmeno accendere il riscaldamento.” Tratto da “È tempo di ricominciare” di Carmen Korn, tradotto da Manuela Francescon, Fazi Editore.

“La mamma ci sa fare con le feste. Non mette mai tutto in tavola e non invita mai la gente. Sa che l’unica cosa che crea davvero atmosfera è l’improvvisazione. È una bella parola, improvvisazione. Papà deve uscire e andare a cercare conoscenti. Possono essere in qualsiasi posto in qualsiasi momento. Certe volte non si trova nessuno. Ma spesso sì. E poi viene a tutti voglia di andare da qualche parte. E si finisce da qualche parte. È importante, questo.” Tratto da “Il libro dell’inverno” di Tove Jansson, tradotto da Carmen Giorgetti Cima, Iperborea.

“Il mondo era finito e io mi premetti i guanti contro gli occhi. Non successe nulla. Onde di eco si rincorsero su e giù per le scale, ma non successe nulla. Nessuno spalancò la porta inferocito. A meno che non se ne stessero in agguato dentro.” Tratto da “Il libro dell’inverno” di Tove Jansson, tradotto da Carmen Giorgetti Cima, Iperborea.

“Se l’acqua sale ci sarà tempesta. Anche se scende in modo rapido e improvviso potrà esserci tempesta. Un anello intorno al sole può voler dire pericolo. E un tramonto di un fumoso rosso scuro non promette niente di buono. Ci sono anche molti altri segni ma in questo momento non mi interessano. Se non è uno, è l’altro.” Tratto da “Il libro dell’inverno” di Tove Jansson, tradotto da Carmen Giorgetti Cima, Iperborea.

“Parlavano entrambi nello stesso modo: spiccicando le sillabe di certi vocaboli di cui essi soli sembravano conoscere il vero senso, il vero peso, e invece scivolando bizzarramente su quelle di altri, che uno avrebbe detto di importanza molto maggiore. Mettevano una sorta di puntiglio nell’esprimersi così. Questa particolare, inimitabile, tutta privata deformazione dell’italiano era la loro vera lingua. Le davano perfino un nome: il finzi-continico.” Tratto da “Il giardino dei Finzi-Contini” di Giorgio Bassani, Feltrinelli editore.

“Quanti anni sono passati da quel remoto pomeriggio di giugno? Più di trenta. Eppure, se chiudo gli occhi, Micòl Finzi-Contini sta ancora là, affacciata al muro di cinta del suo giardino, che mi guarda e mi parla.” Tratto da “Il giardino dei Finzi-Contini” di Giorgio Bassani, Feltrinelli editore.

“Il fiocco di neve è la testimonianza più forte ma anche più mortale della natura. Il tempo di arrivare a terra e la sua forma perfetta e unica, perché diversa da quella di qualsiasi altro fiocco di neve che sta cadendo accanto, è già distrutta. Perciò devi saperlo apprezzare nel brevissimo tempo che esiste.” Tratto da “La manutenzione dei sensi” di Franco Faggiani, Fazi Editore.

“L’Asperger è un pianeta lontano e silenzioso, in molte aree ancora inesplorato. Martino può mostrare un giorno la solitudine e la crudeltà di un bambino soldato e il giorno dopo la solidarietà e l’affetto di un figlio che si sente amato, al sicuro. Non sarà facile districarsi tra questi estremi.” Tratto da “La manutenzione dei sensi” di Franco Faggiani, Fazi Editore.

“Noi seduti al buio, il prato davanti e i larici appena sullo sfondo; era come stare al cinema. La luna piena poi rendeva tutto più spettacolare, si vedeva benissimo, meglio che di giorno, quando la neve abbagliava. Con quella luce decisa e schermata, il prato innevato era bianco senza riflessi, le ombre lunghe degli alberi nitide, le montagne, su cui sembravano cercare sostegno le costellazioni, ben profilate e nette. Stavamo lì in silenzio assoluto, due spettatori molto attenti, e quando un’ombra qualsiasi, magari solo di una piccola nuvola ritardataria, sembrava spuntare sul prato, ci davamo freneticamente di gomito.” Tratto da “La manutenzione dei sensi” di Franco Faggiani, Fazi Editore.

Anche un uomo impassibile a ogni cosa si commuove ascoltando il primo vento dell’autunno. Saigyo Hoshi, un poeta giapponese, aveva scritto queste parole intorno all’anno 1140, dopo aver deciso di ritirarsi sui monti per condurre una vita da eremita. Le avevo lette nel periodo dell’università e mi tornarono alla mente quando, una mattina di settembre del 1916, mi ritrovai solo, emozionato e smarrito, davanti alla mia nuova casa che sapeva di resina, fuoco e cuoio bagnato. L’aria si muoveva ancora leggera ma lanciava segnali evidenti di un autunno pronto a prendere il sopravvento.” Tratto da “Il guardiano della collina dei ciliegi” di Franco Faggiani, Fazi Editore.

“Correvo perché solo così mi sentivo realmente libero, unico, leggero, in sintonia completa con il creato. Correvo con lo scatto di un colibrì, anche se mi sarebbe piaciuto avere la leggerezza della farfalla. Solo per non sentire il rumore dei miei passi veloci sulle pietre o quello ritmico dell’aria in uscita dai polmoni. Solo per poter credere di aver raggiunto la  perfezione.” Tratto da “Il guardiano della collina dei ciliegi” di Franco Faggiani, Fazi Editore.

“Il grande artista del mattino è il sole: quando è ancora nascosto oltre l’orizzonte spande sulle cime delle montagne e sulle nuvole il colore tenue della lavanda che, come d’incanto, si riflette sulla baia; poi, affacciandosi nel cielo, regala al mondo le tonalità dorate dei fuyugaki, i nostri cachi dolcissimi.” Tratto da “Il guardiano della collina dei ciliegi” di Franco Faggiani, Fazi Editore.

“Così è l’Islanda: un tentativo di convivenza forzata. Gli uomini non hanno intenzione di andarsene; i vulcani, che abitano l’isola da molto più tempo, non si astengono per nessun motivo dal rivendicarne il legittimo possesso. Di più: la certezza della loro perpetua minaccia è a suo modo rassicurante; eccede il timore dei suoi esiti, e ha finito col rendere i vulcani islandesi necessari.” Tratto da “Il libro dei vulcani d’Islanda” di Leonardo Piccione, Iperborea.

“Tutto si crea, tutto si distrugge e tutto si trasforma sugli altipiani islandesi, che ingannano con i riflessi e custodiscono i misteri dell’universo, sotto la neve i teoremi della vita e della morte.” Tratto da “Grímsvötn” di Leonardo Piccione, in: Il libro dei vulcani d’Islanda, Iperborea.

“Le piscine sono anche il tentativo islandese di riprodurre il concetto di gratificazione dopo la fatica, giacché l’esistenza alle porte del Circolo Polare è resa possibile dal fatto che la natura in fondo non sia del tutto indifferente all’umana idea della giusta compensazione. Non sopporti il buio di dicembre? A giugno avrai il sole pure a mezzanotte. Stufo del grigio greve del giorno? Stanotte ti regalo un’aurora boreale. Oppresso dai muri di neve che hai ai tuoi fianchi? In fondo alla valle ti attende un fiume caldo.” Tratto da “Hengill” di Leonardo Piccione, in: Il libro dei vulcani d’Islanda, Iperborea.

“C’è chi, da adulto, ricorda l’infanzia come una prolungata richiesta di gelati e poco più.” Tratto da “Come diventai monaca” di César Aira, tradotto da Raul Schenardi, Fazi Editore.

“Io mi gettavo come un vampiro sull’illusione: vivevo del sangue del paradiso fantasmatico.” Tratto da “Come diventai monaca” di César Aira, tradotto da Raul Schenardi, Fazi Editore.

“Lara si impadronì di quelle due parole, le imprigionò tra le ciglia che si chiusero nel tempo di un solo battito e sentì la voglia di ripeterle ad alta voce, di urlare mille volte «mi dispiace» per tutto ciò che era accaduto, per quella sera maledetta, per il dolore che aveva impregnato tutto il dopo e che aveva invaso le loro vite, inchiodandole, nello stesso tempo, al passato, a quel momento, a quell’ultima volta in cui le stelle avevano brillato sul soffitto.” Tratto da “La leggenda del ragazzo che credeva nel mare” di Salvatore Basile, Garzanti.

“Gli imprevisti, in quanto tali, non si annunciano mai, né ci sono davvero dei segnali nell’aria che possano aiutarci a prevenirli. Ci si sveglia al mattino convinti di avere una serie di impegni nel corso della giornata, mentre invece gli eventi stanno già macchinando per cambiare il corso della nostra vita, nel bene o nel male.” Tratto da “La leggenda del ragazzo che credeva nel mare” di Salvatore Basile, Garzanti.

“L’Europa sorge in quei giorni del 1848,

Quella di Mazzini,

Di Friedrich Hecker e Gustav Struve,

Quella di Garibaldi,

Di Lajos Kossuth,

Di Ludwik Mierosławski e Ledru-Rollin,

Un’Europa di nazioni perché all’epoca la nazione è affrancamento,

È la caduta dei vecchi re acconciati come bambole da calesse.” Tratto da “Noi, l’Europa” di Laurent Gaudé, tradotto da Alberto Bracci Testasecca, Edizioni e/o.

“L’Europa diventa errante.

Negli anni Trenta la Francia accoglie tre milioni di stranieri.

La parola “accoglie” è impropria.

La Francia vede arrivare tre milioni di stranieri,

Non li accoglie.” Tratto da “Noi, l’Europa” di Laurent Gaudé, tradotto da Alberto Bracci Testasecca, Edizioni e/o.

“Tuttavia c’era un certo fascino in quel continuo viaggiare e nella consapevolezza di essere un emigrato. Ogni tanto mi lasciavo andare a credere che non tutto sarebbe stato uguale, una volta sceso a terra dopo la traversata. Si rivelava sempre una pia illusione.” Tratto da “Il cerchio celtico” di Björn Larsson, tradotto da Katia De Marco, Iperborea.

“Il tramonto era magnifico e ben presto ci siamo ritrovati a navigare nel nostro mondo a parte. C’erano momenti in cui mi veniva voglia di cambiare rotta un’altra volta, passare a nord delle Orcadi e sparire senza lasciare traccia nell’oceano Atlantico.” Tratto da “Il cerchio celtico” di Björn Larsson, tradotto da Katia De Marco, Iperborea.

“Essere lontani da tutto come si è solo in mare, e l’attimo dopo sentirsi forse più a casa che in qualsiasi altro posto era una sensazione che non smetteva mai di rinnovarsi.” Tratto da “Il cerchio celtico” di Björn Larsson, tradotto da Katia De Marco, Iperborea.

“Una volta diventati professionisti, il traguardo si allontana all’infinito e non ci si può mai ritenere soddisfatti per il semplice fatto di essersi avvicinati un po’ di più alla meta. Tutto quello che si può sperare da un professionista (anche da se stessi) è riconoscere di essere in cammino verso quel traguardo, e quando ci si rende conto che è davvero così, la constatazione assume spesso la forma paradossale della lamentela per il fatto di non camminare abbastanza in fretta.” Tratto da “Nel cuore della notte” di Rebecca West, tradotto da Francesca Frigerio, Fazi Editore.

“La musica di mio fratello stava annunciando che c’era un grande vuoto che avrebbe inghiottito tutto, se non lo avessimo riempito con qualcosa che le note definivano con una chiarezza negata alle parole.” Tratto da “Nel cuore della notte” di Rebecca West, tradotto da Francesca Frigerio, Fazi Editore.

“Ci  lasciavamo avvolgere da un senso di ozio che non avevamo mai provato prima e che non avremmo provato mai più, perché con la fine del semestre avremmo terminato la scuola e ci eravamo già lasciate alle spalle tutti gli esami che ci avrebbero aperto l’accesso al mondo degli adulti.” Tratto da “Nel cuore della notte” di Rebecca West, tradotto da Francesca Frigerio, Fazi Editore.

“Proverbiale è il potere sintetico dello haiku, capace di racchiudere in una forma brevissima una gamma di emozioni e di esperienze molto vasta.” Tratto da “Iro iro” di Giorgio Amitrano, Deagostini.

“La civiltà giapponese infatti è caratterizzata da un rapporto con la natura, e in particolare con le stagioni, talmente forte da poterlo considerare un elemento identitario. Non  mi riferisco solo alla tradizione della poesia classica, della pittura e del teatro nō, con le loro rappresentazioni di una natura fortemente idealizzata, ma all’insieme della cultura nipponica, con il suo amplissimo ventaglio che va dall’arte più elevata alle tradizioni popolari agli usi della vita di ogni giorno.”  Tratto da “Iro iro” di Giorgio Amitrano, Deagostini.

“JOXE MARI ASKATU. Fu la prima cosa che colpì l’attenzione di Gorka appena sceso dall’autobus. Uno striscione enorme steso fra due palazzi. E poi, a ogni angolo, manifesti con la foto di suo fratello e la stessa richiesta di liberazione. Così si manipola un uomo e si fabbrica un eroe.” Tratto da “Patria” di Fernando Aramburu, tradotto da Bruno Arpaia, Guanda.

“Una cicatrice rimarrà sempre. Però una cicatrice è già una forma di cura.  Non so a voi, ma a me piacerebbe che arrivasse il giorno in cui, guardandomi allo specchio, non vedrò soltanto la faccia di una persona ridotta a essere una vittima.” Tratto da “Patria” di Fernando Aramburu, tradotto da Bruno Arpaia, Guanda.

“L’ama aggiunse che se il vento soffia sulla brace, la fiamma si ravviva. In realtà, i tre, senza confessarlo, sentivano di nuovo la loro bruciatura interiore ogni volta che si verificava un attentato. Non era un argomento abituale delle loro conversazioni. Lasciavano passare i delitti dell’ETA senza commentarli, come se avessero stretto un accordo tacito di rimanere in silenzio.” Tratto da “Patria” di Fernando Aramburu, tradotto da Bruno Arpaia, Guanda.

“L’universo rigido è una prigione. Solo il Viaggiatore nel Tempo si può dire libero.” Tratto da “Viaggi nel tempo” di James Gleick, tradotto da Laura Servidei, Codice Edizioni.

“Se il tempo è un fiume, ha senso chiedersi quanto corra veloce? Sembra una domanda naturale, per un fiume, ma non lo è per il tempo  stesso. Quanto va veloce? Come si potrebbe mai misurare? Siamo caduti in una tautologia: è come chiedersi a che velocità stiamo avanzando nel tempo.” Tratto da “Viaggi nel tempo” di James Gleick, tradotto da Laura Servidei, Codice Edizioni.

“Il passato è fuori dall’esistenza, il futuro non è ancora nato, e il tempo è fatto di queste “cose che non esistono”. Tratto da “Viaggi nel tempo” di James Gleick, tradotto da Laura Servidei, Codice Edizioni.

“Siamo forse i frammenti di una stessa anima, responsabile dei peccati commessi da ciascuno, oppure siamo persone del tutto diverse, pallide copie di un originale dimenticato da tempo immemorabile?” Tratto da “Le sette morti di Evelyn Hardcastle” di Stuart Turton, tradotto da Federica Oddera, Neri Pozza.

“Senza gli ospiti a distrarmi dagli arredi, Blackheath mi appare una dimora davvero malinconica. Con l’eccezione del maestoso atrio d’ingresso, i locali che attraverso si rivelano antiquati, insidiati dalla muffa e dal degrado. Negli angoli si accumulano i granelli del veleno per i topi, e la polvere copre ogni superficie troppo alta per essere raggiunta dal braccio di una domestica. I tappeti sono logori, i mobili segnati, i servizi d’argento coperti di macchie occhieggiano dietro le sudice ante delle vetrine. Per quanto sgradevoli possano sembrare gli altri invitati, manca il brusio dei loro discorsi. Sono la linfa vitale di questo posto, di cui riempiono gli spazi dove altrimenti cadrebbe  un lugubre silenzio. Blackheath è viva soltanto grazie alle persone che la abitano. In loro assenza, l’edificio non è altro che un rudere deprimente in attesa del pietoso intervento della palla d’acciaio di un demolitore.” Tratto da “Le sette morti di Evelyn Hardcastle” di Stuart Turton, tradotto da Federica Oddera, Neri Pozza.

“Ogni parola sfrigola di rabbia. Posso solo immaginare cosa si prova a essere così concentrati sul futuro da vedersi cogliere alla sprovvista dal presente.” Tratto da “Le sette morti di Evelyn Hardcastle” di Stuart Turton, tradotto da Federica Oddera, Neri Pozza.

“Renny osservava a turno tutti i contendenti, irritato dal baccano che facevano e dall’inutilità della schermaglia. Tuttavia provava anche una gran soddisfazione, perché quella era la sua famiglia, la sua tribù. Era il capofamiglia, il capitano. Comandarli, provvedere a loro ed  essere da loro tormentato, perseguitato e importunato gli dava un piacere semplice, diretto  e primordiale.” Tratto da “Jalna” di Mazo de la Roche, tradotto da Sabina Terziani, Fazi.

“E Jalna cos’era? La casa, lui lo sapeva bene, aveva un’anima. Ne aveva udito i sospiri, i movimenti della notte. Credeva che a volte gli spiriti di suo padre, delle sue mogli, del nonno e persino quelli dei Whiteoak morti in fasce, venissero dal cimitero per radunarsi lì e ristorarsi bevendo l’essenza di Jalna, uno spirito che era tutt’uno con la pioggia fine che cominciava a cadere proprio in quel momento.” Tratto da “Jalna” di Mazo de la Roche, tradotto da Sabina Terziani, Fazi.

“La sala da pranzo era molto grande e piena di mobili classici che avrebbero adombrato e gettato nella depressione una famiglia meno energica di quella. La credenza e le vetrinette raggiungevano quasi il soffitto, dal quale incombevano massicci cornicioni; mentre le imposte e i tendaggi in velours giallo, trattenuti da cordoni spessi come canapi dalle cui estremità pendevano nappe simili alle statuine dell’arca di Noè, escludevano ogni influenza esterna. In quella stanza i Whiteoak potevano bisticciare, rimpinzarsi, bere e quant’altro, sicuri che il mondo non li avrebbe disturbati.” Tratto da “Jalna” di Mazo de la Roche, tradotto da Sabina Terziani, Fazi.

“Sono in grado o no di essere educate? Napoleone pensava di no. Il Dr. Johnson pensava di sì. Hanno un’anima o non hanno un’anima? Certi selvaggi dicono di no. Altri al contrario sostengono che le donne sono quasi divine, e perciò le adorano. Certi saggi dicono che il loro cervello è più superficiale; altri che la loro coscienza è più profonda. Goethe le onorava; Mussolini le disprezza. Ovunque si volge lo sguardo, gli uomini stanno pensando alle donne, e pensano cose diverse. Decisi che era impossibile arrivare a una conclusione, guardando con invidia il lettore accanto a me il quale faceva i più lindi riassunti, spesso intestati da una A o una B o una C; invece il mio quaderno era una confusione di scarabocchi e di appunti contradditori.” Tratto da “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf, tradotto da J. Rodolfo Wilcock e Livio Bacchi Wilcock, Feltrinelli.

“Le donne non scrivono libri sugli uomini; un fatto che mi diede molto sollievo, perché se prima dovevo leggere tutto ciò che gli uomini hanno scritto sulle donne, poi tutto ciò che le donne hanno scritto sugli uomini, l’aloe che fiorisce soltanto ogni cento anni avrebbe dovuto fiorire due volte prima che io fossi in grado di cominciare a scrivere sull’argomento. Pertanto, scegliendo nel modo più arbitrario una dozzina di volumi, lasciai i miei pezzi di carta nel cestino, e mi misi ad aspettare nella mia poltrona, fra gli altri ricercatori dell’olio essenziale della verità.” Tratto da “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf, tradotto da J. Rodolfo Wilcock e Livio Bacchi Wilcock, Feltrinelli.

“La libertà intellettuale dipende da cose materiali. La poesia dipende dalla libertà intellettuale. E le donne sono sempre state povere, non soltanto in questi duecento anni, ma dagli inizi dei tempi.” Tratto da “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf, tradotto da J. Rodolfo Wilcock e Livio Bacchi Wilcock, Feltrinelli.

“Ha un occhio avido e curioso sul mondo che la circonda, perfino vorace: osserva senza attirare l’attenzione, agguanta mentalmente ciò che le potrebbe tornare utile e si affretta a rimodellare le idee altrui, rubate sì, ma con stile. Annetta non ha bisogno di affidarsi a qualcuno, ha fiuto per gli affari e vuole muoversi in solitudine. È lei la sua unica responsabile, l’imprenditrice che sceglie da sé e per sé; è libera, sola e vuole restarci.” Tratto da “Una volta è abbastanza” di Giulia Ciarapica, Rizzoli.

“Le tre donne non si parlano, ma la stanza risuona delle risate dei bambini, del respiro pesante di Sandra, del rumore dei pensieri della Fefena, dell’eco delle emozioni di Giuliana.” Tratto da “Una volta è abbastanza” di Giulia Ciarapica, Rizzoli.

“L’Italia del 1945, liberata e riunificata, si trova ad affrontare i problemi e le incognite di un dopoguerra difficile. È l’Italia della Resistenza, della Liberazione e dei partigiani, ma è anche l’Italia della fame e della disoccupazione. A Casette d’Ete il riflesso della nazione sconfitta e ancora non del tutto arbitra del proprio destino si rispecchia nei piccoli drammi quotidiani, nella miseria che assume sempre nuove forme e colori, immutata e immutabile; la stessa miseria che costringe gli abitanti a reinventarsi giorno dopo giorno, notte dopo notte.” Tratto da “Una volta è abbastanza” di Giulia Ciarapica, Rizzoli.

“Non importa neppure più tanto cosa si sta leggendo, è un piacere sottilmente fisico generato dal puro disporsi della scrittura nello spazio, dalla leggerezza delle sue movenze, dal suono cristallino che fa rimbalzando sul tavolo di marmo della nostra attenzione. Si legge non tanto per imparare, allora, né in fondo per essere intrattenuti in modo intelligente: lo si fa per lasciare che quella prosa scorra su certe personali stanchezze, o sconfitte, o disfatte, e ne lenisca il bruciore, sciacquando via lo sporco dalla ferita. Così si legge per il puro piacere della lettura – e per salvarsi.” Tratto da “Una certa idea di mondo” di Alessandro Baricco, Feltrinelli Editore.

“Posso sbagliarmi, ma oggi chi ha molto talento per scrivere un libro ne ha anche abbastanza per capire che non ne vale più tanto la pena. Cioè, lo puoi anche fare, ma se ne accorgono in pochi, nessuno ha voglia di parlarne, il talento è ritenuto un’ineleganza, i romanzi un genere periferico. La corrente del fiume trascina altrove, e molti ne deducono con tranquillità la verità indiscutibile che è meglio essere vivi che bravi. Dopo tutto, se davvero hai un talento bestiale per la scrittura, di sicuro sei sveglio abbastanza per fare bene un sacco di altre cose.” Tratto da “Una certa idea di mondo” di Alessandro Baricco, Feltrinelli Editore.

“Scrivo lentamente. Sforzandomi di far emergere la trama significativa di una vita da un insieme di fatti e di scelte, ho l’impressione di perdere, strada facendo, lo specifico profilo della figura di mio padre. L’ossatura tende a prendere il posto di tutto il resto, l’idea a correre da sola. Se al contrario lascio scivolare le immagini del ricordo, lo rivedo com’era, la sua risata. E la sua andatura, mi conduce per mano alla fiera e le giostre mi terrorizzano, tutti i segni di una condizione condivisa con altri mi diventano indifferenti. Ogni volta, mi strappo via dalla trappola dell’individuale.” Tratto da “Il posto” di Annie Ernaux, tradotto da Lorenzo Flabbi, L’orma.

“Nello scrivere, una via stretta tra la riabilitazione di un modo di vivere considerato come inferiore e la denuncia dell’alienazione che l’accompagna. Poiché quella maniera di vivere era la nostra, persino felice, ma anche umiliata dalle barriere della nostra condizione (consapevolezza che «da noi non è abbastanza come si deve»), vorrei dirne allo stesso tempo la felicità e l’alienazione. E invece, impressione di volteggiare da una sponda all’altra di questa contraddizione.” Tratto da “Il posto” di Annie Ernaux, tradotto da Lorenzo Flabbi, L’orma.

“Il termine gabber deriva dal bargoens, un gergo originario del Diciassettesimo secolo, utilizzato da una casta emarginata di nomadi, zingari, circensi, venditori ambulanti e commercianti ebrei. Questo slang, simile all’argot francese, alla spagnola germanía o al furbesco italiano serviva a non farsi capire dagli estranei e dalla polizia. Diversi vocaboli yiddish finirono per entrare a far parte del vocabolario bargoens; da lì vennero in seguito adottati dall’olandese comune, come mesjogge (pazzo),  jatten (rubare) e per l’appunto gabber (amico, compagno). «Hey, gabber» diventò così un saluto di strada tra appartenenti alla classe operaia.” Tratto da “Generazione gabber” di Federico Chiari, in: The Passenger Olanda, Iperborea.

“Se qualcuno trasferisse il fungo delle piste ciclabili in Islanda, scommetto che i troll uscirebbero da dietro le loro rocce presi da somma curiosità. Non è da escludere che di notte prendano vita: i funghi della pista ciclabile sono gli hobbit all’ombra dei cartelli stradali, sono adulti ma alti quanto nanetti. E insopportabilmente carini – carini e insopportabili – come gli hobbit.” Tratto da “La terra dove non ci si perde mai” di Frank Westerman, traduzione di Antonio De Sortis, in: The Passenger Olanda, Iperborea.

“Se è difficile per gli stranieri capire perché delle facce dipinte di nero debbano far parte delle festività natalizie, è ancora più difficile per i locali concepire che si possa festeggiare Sinterklaasavond senza Zwarte Piet. In  parte perché la coppia a un livello più profondo rievoca l’antica lotta tra bene e male, il dio della luce e il dio delle tenebre. Sospendendo quanto pensiamo di sapere su Zwarte Piet come figlio della tratta degli schiavi, e san Nicola come il suo padrone, un santo non sarebbe umano senza la sua ombra fisica e psicologica. Interferire nell’equilibrio tra luce e ombra può essere azzardato.” Tratto da “Chi è l’aiutante nero di San Nicola” di Emily Raboateau, traduzione di Nicola Lecca, in: The Passenger Olanda, Iperborea.

“Mai si era sempre segretamente ritenuta priva di quel tipo di forza nota genericamente come tenacia. Se per diventare una strega serviva quello, Mai non cominciava da zero, ma da meno di zero. Le prospettive non erano più così rosee.” Tratto da “Un’estate con la strega dell’Ovest” di Kaho Nashiki, tradotto da Michela Riminucci, Feltrinelli Editore.

Non posso restare qui per sempre. I cedri del Giappone con le cime mosse dal vento allineate al di là delle risaie, il fiume un po’ in ombra che scorreva ancora oltre, le montagne verdi, le nuvole bianche e, proseguendo, il cielo azzurro. Mai non riusciva a staccare gli occhi dal paesaggio, in preda a un sentimento che poteva essere tristezza o nostalgia.” Tratto da “Un’estate con la strega dell’Ovest” di Kaho Nashiki, tradotto da Michela Riminucci, Feltrinelli Editore.

“Dal bosco di cedri del Giappone in fondo al sentiero stava salendo lentamente la nebbia. Mai cominciò a camminare in quella direzione senza un motivo preciso. Sentiva che laggiù c’era un mondo più sereno e tranquillo, in cui voleva immergersi. Camminò attraverso un bosco di conifere oltre il quale si estendeva una palude. Era da lì che saliva la nebbia.” Tratto da “Un’estate con la strega dell’Ovest” di Kaho Nashiki, tradotto da Michela Riminucci, Feltrinelli Editore.

“Con il passare delle ore l’inondazione iniziò a placarsi. Abbandonò la casa dei Willoweed e al suo posto lasciò fango e alghe di fiume, insieme a un intenso odore di umidità. I bambini avevano disposto delle pietre in tutto il giardino per contrassegnare il ritrarsi dell’acqua. Il giardino declinava verso il fiume e quando calò la sera la metà fu nuovamente visibile, i fiori fradici e pesanti distesi sul terreno, l’erba verde lussureggiante. Alcuni strani oggetti morti erano sparsi qua e là. Il Vecchio Ives li raccolse e li mise nella cesta della legna. Dennis, con gli occhi tristi, lo guardò spingervi dentro un pavone. ” Tratto da “Chi è partito e chi è rimasto” di Barbara Comyns, tradotto da Cristina Pascotto, Safarà.

“Ives arrivò la mattina seguente ben fornito di tutte le notizie e delle chiacchiere che circolavano in paese. Quando Nonna Willoweed udì la sua voce concitata fluttuare dalla cucina, strattonò la corda della sua grande campana e ordinò che Ives fosse mandato immediatamente da lei. Al vecchio non andava a genio l’idea di entrare nelle camere da letto di signore attempate;  ma non vedeva l’ora di raccontare le sue novità e così seguì docilmente Eunice”. Tratto da “Chi è partito e chi è rimasto” di Barbara Comyns, tradotto da Cristina Pascotto, Safarà.

“L’ottico tornò a casa. Una volta lì si lasciò cadere a pancia in giù sul letto, quel letto che bastava esattamente per una persona, e si sentì pesante almeno quanto il cuore di una balenottera azzurra,  pesante come qualcosa che era anatomicamente impossibile da sollevare. “Devo dirlo a Selma” pensò prima di addormentarsi, “devo dirle che la solidità e la pesantezza possono toccare questi livelli, ammesso che ancora non lo sappia.” Tratto da “Quel che si vede da qui” di Maria Leky, tradotto da Scilla Forti, Keller.

“Stavo citando una frase dell’ottico. Vivevamo in una terra pittoresca, meravigliosa, paradisiaca, lo suggerivano anche le scritte arcuate delle cartoline che il bottegaio teneva esposte sul bancone. Eppure quasi nessuno se ne accorgeva: quella bellezza veniva puntualmente ignorata, saltata a piè pari, abbandonata a se stessa, ma saremmo stati i primi a lamentarci a gran voce se un giorno non si fosse palesata.” Tratto da “Quel che si vede da qui” di Maria Leky, tradotto da Scilla Forti, Keller.

“Le cose che non vedi non possono sparire, aveva detto l’ottico, o qualcosa del genere, e io pensai che forse potevano sparire solo se venivano affrontate.” Tratto da “Quel che si vede da qui” di Maria Leky, tradotto da Scilla Forti, Keller.

“Anacronismo. Forse leggere è l’unica pratica continua rimasta al mondo. Ce ne sono altre – la musica, per esempio -, ma nessuna che faccia della continuità una ragion d’essere così dispotica come la lettura. Leggere è sottomettersi a un impero estinto: l’impero della linearità. Impossibilità di abbreviare, prendere scorciatoie, skippare (senza mettere a repentaglio la comprensione di ciò che si legge, ovvio).” Tratto da “Trance” di Alan Pauls, tradotto da Gina Maneri, Edizioni Sur.

“Traductores [traduttori]. Di fronte a un’incongruenza nel testo che traduce, il traduttore non la attribuirà mai a un errore o a una distrazione dell’autore, anche quando è evidente che le cause non possono essere altre. Secondo un modus operandi molto diffuso,  si limiterà a fargliela notare astenendosi dall’esprimere un’opinione, semplicemente presentando il caso, nel modo asettico di un medico legale, e attenderà in silenzio, paziente, una risposta. ” Tratto da “Trance” di Alan Pauls, tradotto da Gina Maneri, Edizioni Sur.

“Zugzwang. Così chiamano i tedeschi, negli scacchi, la situazione critica, a quanto pare indesiderabile, in cui un giocatore si trova nello stesso vicolo cieco in cui si trova lui in aereo: l’obbligo di muovere. Solo che mentre il giocatore la prende per una crisi definitiva, perché la mossa a cui è condannato conduce al disastro, lui, nel suo stretto sedile, con la cintura ben allacciata e la luce che cade implacabile al centro della pagina del libro aperto sulle sue gambe, lui è in paradiso.” Tratto da “Trance” di Alan Pauls, tradotto da Gina Maneri, Edizioni Sur.

“I nostri morti erano come le costellazioni: non potevamo toccarli ma non avevamo alcun dubbio che esistessero. Sapevamo che avrebbero avuto un destino glorioso e, anche se avremmo potuto augurarci per loro la cessazione di ogni fatica, sapevamo che quel destino era naturale come lo era per noi la musica.” Tratto da “Rosamund” di Rebecca West, tradotto da Francesca  Frigerio, Fazi.

“La sua unica fonte di potere era il suo genio musicale. Non traeva alcun tipo di incoraggiamento dai contatti con la gente imposti dalla  professione, e il fatto che qualcuno nel pubblico traesse piacere dalla sua bellezza la infastidiva. Sentiva di essere obbligata ad apparire fisicamente davanti al pubblico per suonare, ma credeva anche che il pubblico non avesse il diritto di trarre vantaggio da quell’obbligo per formulare qualche giudizio non richiesto sulla sua persona.” Tratto da “Rosamund” di Rebecca West, tradotto da Francesca  Frigerio, Fazi.

“Ci fermammo lì in ascolto del rumore di una cascatella d’acqua che di giorno non avevamo mai udito; mi ritrovai ad aspettare il grido che sembrava poter provenire dalla bocca spalancata di un cherubino intagliato sopra un epitaffio, messo violentemente in rilievo dai raggi della luna. Ma se anche la pietra avesse parlato, non sarebbe stato quel miracolo a rendere il momento straordinario: la luce della luna e il silenzio di dicembre sembravano fondersi come le note di una tromba suonate in un unico soffio a unire il passato, il presente, il futuro.” Tratto da “Rosamund” di Rebecca West, tradotto da Francesca  Frigerio, Fazi.

“Nella vita ci sono tre grandi domande. Chi sei? Dove vai? Facciamo l’anestesia? So rispondere solo alla terza. È sempre meglio fare l’anestesia. Anche ai sentimenti. ” Tratto da “Alla radice” di Miika Nousiainen, tradotto da Marcello Ganassini, Iperborea.

“Da giovane ridevo dei giapponesi che puntavano le loro macchine fotografiche sulla cattedrale di Helsinki e, quello stesso pomeriggio, erano già nel centro storico di Stoccolma a fotografare tutto anche lì. Ora non riderei più. Sono diventato giapponese anch’io. Lo siamo tutti.  Loro erano solo più avanti di noi. D’altronde è da lì che sorge il sole.” Tratto da “Alla radice” di Miika Nousiainen, tradotto da Marcello Ganassini, Iperborea.

“Poi è arrivata la crisi dei cinquant’anni. È durata dieci minuti. Stavo tornando a casa dal lavoro. Dallo studio di tatuaggi che c’è accanto alla clinica sono usciti due fidanzati. Hanno confrontato le scritte che avevano sulla mano, i loro nomi e qualcos’altro di irrealistico sull’amore eterno. Ormai si saranno già lasciati, ma in quel momento li ho invidiati. Il tatuaggio è quanto resta di un momento di vita vissuta. Loro qualche cosa l’avevano fatta. Io, un dentista di cinquant’anni, me ne stavo lì a vergognarmi di me.” Tratto da “Alla radice” di Miika Nousiainen, tradotto da Marcello Ganassini, Iperborea.

“Eravamo come degli alieni. Come gli ultimi sopravvissuti sulla terra. Se in qualche modo è vero che il linguaggio condiziona il nostro modo di pensare, non avrei mai potuto essere diversa da com’ero. E la lingua che avevo imparato fin da piccola, non la parlava nessun altro. Quindi sarei rimasta sempre emarginata, sola, e a disagio con gli altri. Era la mia lingua a imporlo. La lingua che mi avevi insegnato tu.” Tratto da “Nel profondo” di Daisy Johnson, tradotto da Stefano Tummolini, Fazi.

“I luoghi dove siamo nati ritornano. Si travestono da emicranie, mal di stomaco, insonnia. Sono la sensazione di cadere con cui a volte ci svegliamo, brancolando in cerca della luce, certi che tutto ciò che abbiamo costruito sia scomparso nella notte. I luoghi dove siamo nati ci diventano estranei. Non ci riconoscono più, anche se noi li riconosceremo per sempre.” Tratto da “Nel profondo” di Daisy Johnson, tradotto da Stefano Tummolini, Fazi.

“Ho sempre saputo che per cancellare il passato non basta volerlo. Il passato ci lancia dei segnali: uno schiocco o uno scricchiolio nella notte, una parola che sbagliamo a scrivere, uno slogan sentito alla TV, l’attrazione che proviamo o meno per un corpo, un suono che ci ricorda questo o quest’altro. Il passato non è un filo che ci lasciamo alle spalle, ma un’ancora.” Tratto da “Nel profondo” di Daisy Johnson, tradotto da Stefano Tummolini, Fazi.

“Wemyss diventò subito un sostegno anche per la zia, al punto che finì per aggrapparsi a lui. Adesso erano due le persone che dipendevano da lui, e ciò rese impossibile qualsiasi dialogo privato con Lucy. Non la vide più da sola fino al momento del funerale, ma se non altro, proprio grazie all’incapacità della zia di fare a meno del suo aiuto, non fu costretto a trascorrere ore di solitudine come aveva fatto fino ad allora.” Tratto da “Vera” di Elizabeth von Arnim, tradotto da Sabina Terziani, Fazi.

“Confortare ed essere confortati, ecco cosa avevano fatto l’uno per l’altra in quei quattro giorni, e non poteva credere che lei, senza di lui, non avrebbe sentito lo stesso senso di vuoto che lui stesso sapeva che avrebbe provato senza di lei.” Tratto da “Vera” di Elizabeth von Arnim, tradotto da Sabina Terziani, Fazi.

“Non era forse giusto e sano reagire allontanandosi dall’orrore? Non era proprio quello il modo in cui la natura si proteggeva dall’onnipresenza della morte? In fondo, a che pro moltiplicare l’orrore rimanendovi inchiodati davanti con gli occhi sbarrati e i capelli dritti, lasciandosi invadere fino a diventare tu stesso un orrore per gli altri?” Tratto da “Vera” di Elizabeth von Arnim, tradotto da Sabina Terziani, Fazi.

“La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato. Scrivere te stessa significa ricordare che sei nata con rabbia e sei stata una colata lavica densa e continua, prima che la tua crosta si indurisse e si spaccasse per lasciar affiorare una specie di amore, o che la forza inutile del perdono venisse a levigarti e ad appiattire ogni tuo avvallamento.” Tratto da “La straniera” di Claudia Durastanti, La nave di Teseo.

“E poi ci sono gli altri, i migranti potenziali. Come si chiamano quelli  che non sono mai partiti ma si sentono altrove rispetto alle proprie quotidiane circostanze? Il lessico delle migrazioni è fatto di vocaboli che rimandano alla vittoria o al fallimento. Ci sono sempre eroismi da celebrare o morti da compiangere, ma di questo lessico fa parte anche chi non ha mai avuto accesso a una partenza, chi abita un paese lontano solo con il desiderio o l’illusione; chi memorizza la mappa di un altro continente come se fosse un quadro a olio in cui dipingersi dentro, fino a impastarsi nella tela, e a diventare un altro paesaggio.” Tratto da “La straniera” di Claudia Durastanti, La nave di Teseo.

“È in quegli anni in soffitta che Fernanda Pivano è diventata la mia  migliore amica. Mia madre aveva le sue traduzioni di Kerouac e Fitzgerald, traduzioni che avrei scoperto essere pieni di errori e di incuria solo all’università, quando tutti la prendevano in giro, ma non mi sarebbe importato: io di errori nella traduzione ne facevo sempre e continuo a farli, perché nessun significato assume una forma stabile in me, e tutto quello che penso, e quello che poi dico, soffre nella trasmigrazione tra paesi diversi, sanguinando proprio come gli astronauti che hanno trascorso troppo tempo nello spazio e quando tornano a casa hanno epistassi continue sotto il sole.” Tratto da “La straniera” di Claudia Durastanti, La nave di Teseo.

“Ai suoi occhi la città era un caleidoscopio di colori accesi: il suono dei violini da un caffè, una voce che gridava “Vittoria!”, le risate di una coppietta a passeggio, incontri fugaci di cui serbava solo il ricordo di un gesto o di un’occhiata. In un’epoca e in una città di facili scambi, nessuno le rivolgeva la parola. Era sempre sola: tutte le sue amiche erano morte, oppure si trovavano in Francia o in Mesopotamia. Nei primi mesi dopo la guerra, Londra era un cumulo rumoroso di macerie, non un luogo di gioia. Lei era troppo giovane per accorgersene e andava ovunque ci fossero musica e calore a buon mercato, vivendo attraverso i suoi occhi.” Tratto da “Company Parade” di Margaret Storm Jameson, tradotto da Velia Februari, Fazi.

“Erano moltissime le cose che l’avevano resa ciò che era diventata, non ultima la sua diffidenza nei confronti di Penn. Non potersi fidare della persona a cui si è più legati è una terribile disgrazia. Hervey non ammetteva di doversi guardare dal marito, ma ne aveva il forte sospetto. Voleva ancora qualcosa da lui, prima di tutto che lavorasse per il bene di loro figlio.” Tratto da “Company Parade” di Margaret Storm Jameson, tradotto da Velia Februari, Fazi.

“Si vergognava della propria timidezza e non riusciva a comprendere che niente, in una società di scrittori, era più monotono della cortesia e del buon cuore. A casa di Evelyn conobbe molte persone famose o sul punto di diventarlo. Solo alcune si intrattennero con quella giovane garbata che non aveva nulla da dire di se stessa. Su queste persone Hervey lasciò un’impressione profonda, ma non in tutti i casi positiva. Solo William Ridley ebbe la sensibilità di notare che era pervicace, cocciuta e maligna.” Tratto da “Company Parade” di Margaret Storm Jameson, tradotto da Velia Februari, Fazi.

“La tua lettura non è più solitaria: pensi alla Lettrice che in questo stesso momento sta aprendo anche lei il libro, ed ecco che al romanzo da leggere si sovrappone un possibile romanzo da vivere, il seguito della tua storia con lei, o meglio: l’inizio d’una possibile storia. Ecco come sei già cambiato da ieri, tu che sostenevi di preferire un libro, cosa solida, che sta lì, ben definita, fruibile senza rischi, in confronto dell’esperienza vissuta, sempre sfuggente, discontinua, controversa. Vuol dire che il libro è diventato uno strumento, un canale di comunicazione, un luogo d’incontro? Non per ciò la lettura avrà meno presa su di te: anzi, qualcosa s’aggiunge ai suoi poteri.” Tratto da “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino, Mondadori.

“C’è una linea di confine: da una parte ci sono quelli che fanno i libri, dall’altra quelli che leggono. Io voglio restare una di quelli che li leggono, perciò sto attenta a tenermi sempre al di qua di quella linea. Se no, il piacere disinteressato di leggere finisce, o comunque si trasforma in un’altra cosa, che non è quello che voglio io. È una linea di confine approssimativa, che tende a cancellarsi: il mondo di quelli che hanno a che fare coi libri professionalmente è sempre più popolato e tende a identificarsi col mondo dei lettori.” Tratto da “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino, Mondadori.

“Rinunciare alle cose è meno difficile di quel che si crede: tutto sta a cominciare. Una volta che sei riuscito a prescindere da qualcosa che credevi essenziale, t’accorgi che puoi fare a meno anche di qualcos’altro, poi ancora di molte altre cose. Eccomi dunque a percorrere questa superficie vuota che è il mondo.” Tratto da “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino, Mondadori.

“Padre e figlia erano diversi come il giorno e la notte. Evelyn aveva il naso stretto e appuntito, gli occhi castano chiaro, non di quel marrone simile al nero tipico degli occhi della maggior parte dei negri; aveva le labbra rosa e sottili e, esattamente come sua madre e sua sorella, aveva una carnagione più simile a quella di una spagnola che a quella di una donna negra. Suo padre invece era un autentico uomo nero. Figlio di ex schiavi di origine senegalese mai meticciati, nel Seventh Ward il suo colore saltava talmente all’occhio che era la prima cosa a essere citata da chiunque volesse riferirsi a lui senza dargli troppo lustro.” Tratto da “La libertà possibile” di Margaret Wilkerson Sexton, tradotto da Arianna Pelagalli, Fazi.

“Fermo là, negro”, gli urlò Tiger. Era un modo di dire che a T.C. ancora provocava i brividi. Tecnicamente significava solo vieni qua o voglio dirti una cosa ma era l’espressione che T.C. si era sentito gridare prima di essere aggredito alle superiori, e una volta, prima di cominciare a spacciare, tre tizi lo avevano accerchiato con la stessa frase prima di puntargli una pistola alla testa.” Tratto da “La libertà possibile” di Margaret Wilkerson Sexton, tradotto da Arianna Pelagalli, Fazi.

“Dopo aver perso la borsa di studio alla LSU aveva comunque frequentato le lezioni alla Dillard University e riempito sacchetti della spesa nel supermercato di quartiere, ma la New Orleans che conosceva non era sopravvissuta all’uragano, e sulla sua  scia anche lui era diventato una persona diversa.” Tratto da “La libertà possibile” di Margaret Wilkerson Sexton, tradotto da Arianna Pelagalli, Fazi.

“Alice, povera ragazza, possedeva la penosa abilità di confondersi e mettersi in imbarazzo da sola, anche nella solitudine di pensieri casuali e innocenti: gran parte dei suoi momenti privati in cui non era concentrata su qualcosa (e ne aveva molti, essendo una persona piuttosto timida), li trascorreva in realtà in compagnia di un dispettoso folletto immaginario, anonimo e irridente, la cui missione era farla cadere in contraddizione oppure in osservazioni banali o doppi sensi o semplici sciocchezze, per poi puntarle il dito contro.” Tratto da “Le mezze verità” di Elizabeth Jane Howard, tradotto da Manuela Francescon, Fazi Editore.

“Un uomo molto interessante le aveva consigliato poco tempo prima di vivere nel presente. Recuperò il pezzo di cavolo e lo rimise nella ciotola. Il guaio, col presente, era che c’era sempre ed era così facile viverci dentro che quando quell’uomo le aveva insinuato il dubbio che lei non lo stesse facendo nel modo giusto, May gli aveva creduto subito.” Tratto da “Le mezze verità” di Elizabeth Jane Howard, tradotto da Manuela Francescon, Fazi Editore.

“Elizabeth era a Londra da una settimana quando trovò con suo grande sollievo una sorta di lavoro. La vita con Oliver, benché fosse eccitante, aveva finito col disorientarla: era un po’ come fare una vacanza troppo intensa o come l’ultima settimana di vita o come l’ultima prima di essere arrestati o come un eterno compleanno. Elizabeth non sapeva davvero come descriverla.” Tratto da “Le mezze verità” di Elizabeth Jane Howard, tradotto da Manuela Francescon, Fazi Editore.

“L’occhio umano non può isolare l’infelice combinazione di linee e spazi che evoca il male sulla facciata di una casa, e tuttavia per qualche ragione un accostamento folle, un angolo sghembo, un convergere accidentale di tetto e cielo, facevano di Hill House un luogo di disperazione, tanto più spaventoso perché la facciata sembrava sveglia, con le finestre vuote e vigili a un tempo e un tocco di esultanza nel sopracciglio di un cornicione. Quasi ogni casa, colta di sorpresa o da un’angolazione bizzarra, può volgere uno sguardo profondamente burlesco su chi la osservi; persino un comignolo dispettoso, o un abbaino che sembra una fossetta possono suscitare nell’osservatore un senso di intimità; ma una casa arrogante e carica d’odio, sempre in guardia, non può che essere malvagia.” Tratto da “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson, tradotto da Monica Pareschi, Adelphi.

“Allora quella cosa ricominciò, come se avesse origliato per identificarle, per capire quanto erano pronte a fronteggiarla, aspettando di sentire se avevano paura. All’improvviso lo schianto metallico si abbatté sulla loro porta, tanto che Eleanor fece un balzo all’indietro finendo contro il letto e Theodora trasalì lanciando un urlo, e tutte e due alzarono gli occhi inorridite, perché i colpi venivano dal bordo superiore della porta, più in alto di quanto potessero arrivare Luke o il professore, e ondate di freddo malsano e degradante giungevano da quella cosa che stava dall’altra parte.” Tratto da “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson, tradotto da Monica Pareschi, Adelphi.

“La fuga dall’ironia e dal doppio senso; il rifiuto del ruolo spettatoriale, dell’artificiosità, della stanchezza annoiata; un rispettoso protendersi verso la dimensione, troppo a lungo dimenticata, del quotidiano; la consapevolezza, anche, di poter risultare fuori moda e di rischiare l’anacronismo: siamo nel cuore della poetica di Wallace, e dentro le ragioni più profonde della presa emotiva che, oltre e al di là della fascinazione intellettuale e del virtuosismo retorico, ha saputo esercitare sui suoi lettori.” Tratto da “Americana” di Luca Briasco, Minimum Fax

“L’America emersa dall’11 settembre si è rifugiata in un modello narrativo unico e rassicurante, nel quale il mito della democrazia, la ricodificazione del nazionalismo, i valori del fondamentalismo cristiano sono stati riorganizzati in un nuovo mix, costruendo l’immagine di una nazione granitica, in grado di rinsaldare la propria identità collettiva anche al prezzo di una cessione di libertà individuali e di una omogeneizzazione del panorama culturale.” Tratto da “Americana” di Luca Briasco, Minimum Fax

“Jimmy e Russell erano molto simili. Erano forza allo stato puro dalla testa ai piedi. Erano entrambi piuttosto bassi, anche per quegli anni. Russ non arrivava a un metro e settanta, mentre Jimmy superava appena il metro e settanta di altezza. Io ero alto più di un metro e novanta e per le conversazioni private mi dovevo chinare verso di loro. Erano entrambi molto scaltri. Erano dei duri, sia fisicamente che mentalmente. Ma erano diversi in una questione essenziale. Russ era molto tranquillo e pacato, parlava a voce bassa anche quando era arrabbiato. Jimmy esplodeva continuamente, tanto per mantenere in esercizio la sua collera, e adorava la pubblicità.” Tratto da “The Irishman” di Charles Brandt, tradotto da Giuliano Bottali e Simonetta Levantini, Fazi.

“Non importa quanto sei duro o quanto credi di esserlo; se ti vogliono, ti prendono. Generalmente è il tuo migliore amico, ti si avvicina parlando di scommesse o della partita, e sei finito. Come Giancana, a cui è toccato mentre friggeva uova e salsicce nell’olio d’oliva con uno dei suoi vecchi amici fidati.” Tratto da “The Irishman” di Charles Brandt, tradotto da Giuliano Bottali e Simonetta Levantini, Fazi.

“Nei suoi giorni di gloria fu il più potente leader sindacale del paese. Oggi i leader sindacali sono praticamente sconosciuti all’opinione pubblica. Le rivendicazioni, le sanguinose lotte sindacali? La cosa più simile a una lotta sindacale, oggi, è una minaccia di sciopero da parte dei giocatori di baseball, o di interrompere la stagione della Major League, o di non partecipare ai campionati mondiali.” Tratto da “The Irishman” di Charles Brandt, tradotto da Giuliano Bottali e Simonetta Levantini, Fazi.

“Il giorno del suo tredicesimo compleanno Thea vagò a lungo sui costoni di sabbia, raccogliendo cristalli e osservando i fiori gialli dei fichi d’India con le loro migliaia di stami. Guardò le dune finché desiderò essere lei una duna. Eppure sapeva che un giorno si sarebbe lasciato tutto alle spalle. Le dune sarebbero cambiate a ogni ora, gialle, viola e color lavanda, e lei non ci sarebbe stata. Da quel giorno ebbe l’impressione di condividere un segreto con Wunsch. Insieme avevano sollevato un coperchio, avevano aperto un cassetto e avevano guardato. Nascosero ciò che videro e non ne parlarono mai più; ma nessuno dei due se ne dimenticò. ” Tratto da “Il canto dell’allodola” di Willa Cather, tradotto da Giuseppina Oneto, Fazi.

“Cosa spingeva a credere in quella bambina? Era  la sua ostinata industriosità, tanto insolita in quel paese libero e disinvolto? Era la sua immaginazione? Più probabilmente, il fatto che avesse sia l’immaginazione che una caparbia volontà, le quali si equilibravano e compenetravano in modo curioso. In lei c’era una parte inconscia e dormiente che destava curiosità. Possedeva una sorta di serietà che Wunsch non aveva mai incontrato in altri allievi.” Tratto da “Il canto dell’allodola” di Willa Cather, tradotto da Giuseppina Oneto, Fazi.

“La vita le si riversava addosso dalla finestra – almeno così le sembrava. In realtà, si sa, la vita viene da dentro, non da fuori. Non c’è opera d’arte tanto grande e tanto bella che per una volta non sia stata contenuta tutta intera in un corpo giovane, pulsante di ardore e aspettative, come quello steso sul pavimento sotto il chiaro di luna. Fu in tali notti che Thea Kronborg imparò cosa intendeva Dumas quando disse ai romantici che un buon dramma richiede soltanto quattro mura e una passione.” Tratto da “Il canto dell’allodola” di Willa Cather, tradotto da Giuseppina Oneto, Fazi.

“Era un pensiero strano, per me, abituata com’ero ad avere Eiolf  come testimone di tutta la mia vita di adulta. E in quanto testimone di vita, Eiolf era la persona a cui non mi toccava spiegare le cose, cose che avevano un senso per noi due soli, e che per altri erano prive di significato. Quando si perde il testimone della propria vita, si perde anche una parte di se stessi. È stato quello il momento in cui ho capito che cominciava a prendere forma un nuovo capitolo della mia esistenza.” Tratto da “La via del bosco” di Long Litt Woon, tradotto da Alessandro Storti, Iperborea.

“Quando vi incontrerete, tu e il bosco, prova a dimenticare il tran tran quotidiano e a sentire il ritmo e la frequenza di quel mondo. Fallo diventare parte di te. A quel punto avrai trovato pace, rallentato il battito e attivato la modalità “raccolta funghi”.” Tratto da “La via del bosco” di Long Litt Woon, tradotto da Alessandro Storti, Iperborea.

“La fiaba della micologia ha lo stesso effetto: quando si è a caccia di funghi, si dimentica il tran tran quotidiano. L’istinto del cacciatore-raccoglitore si accende e in un attimo ci si ritrova teletrasportati in un mondo fatato.” Tratto da “La via del bosco” di Long Litt Woon, tradotto da Alessandro Storti, Iperborea.

“Non sono un tipo superstizioso, ho letto un mucchio di libri ai miei tempi, e a modo mio sono uno studioso. Sebbene viaggi ormai sulla settantina, possiedo una memoria attiva e buone gambe per starle dietro. Non dovete prenderla, se non vi dispiace, come l’opinione di un uomo ignorante quando dico che un libro come Robinson Crusoe non è mai stato scritto, né sarà scritto in futuro. Ho messo alla prova questo libro per anni, in genere accompagnandolo con una pipata di tabacco, e l’ho trovato mio amico nel bisogno e in tutte le necessità di questa vita mortale. Quando il mio umore è tetro, Robinson Crusoe. Quando cerco consiglio, Robinson Crusoe. In passato quando mia moglie mi angustiava, e attualmente quando mi capita di bere un goccino di troppo, Robinson Crusoe. Ho consumato sei resistenti copie di quest’opera per il grande uso che ne ho fatto durante il mio servizio.” Tratto da “La pietra di Luna” di Wilkie Collins, tradotto da Martina Rinaldi, Fazi editore.

“Per coloro che sono costretti a guadagnarsi la giornata e a lavorare per avere vestiti da indossare , un tetto sulla testa e cibo per sfamarsi, la vita è piuttosto pesante. Ma paragonate il più faticoso giorno di lavoro che vi sia mai capitato con l’ozio che porta a strappare i fiori e a frugare negli stomaci dei ragni, e ringrazierete il cielo che la vostra testa abbia qualcosa cui pensare e le vostre mani qualcosa da fare.” Tratto da “La pietra di Luna” di Wilkie Collins, tradotto da Martina Rinaldi, Fazi editore.

“Se esiste una qualche malattia che nel gergo dei medici si chiama “febbre da detective”, devo dirvi che questa si era ormai impadronita fino in fondo del vostro umile servo. Il sergente Cuff scese tra le dune e raggiunse le sabbie. Lo seguii da lontano con il cuore in gola in attesa di vedere cosa sarebbe accaduto.” Tratto da “La pietra di Luna” di Wilkie Collins, tradotto da Martina Rinaldi, Fazi editore.

“Quando ci è venuta l’idea, un anno fa, ci pareva un’impresa quasi impossibile. Mai nessuno ci aveva provato, mai nessuno, anche tra i librai più ottimisti, aveva pensato che fosse possibile creare un qualunque tipo di “rete” tra persone e realtà che solo raramente, in spazi e tempi limitati e comunque sempre occasionalmente erano riuscite a condividere davvero e fino in fondo un progetto comune.” Tratto da “Guida tascabile delle librerie italiane viventi“, Edizioni Clichy.

“In questo senso  le librerie  per un Paese, qualunque Paese, secondo noi sono come gli ospedali, le scuole, le piazze, le strade, i lampioni e i marciapiedi. Sono uno degli elementi del vivere insieme, del condividere, del crescere, del capire. E una comunità, una città anche piccola, un borgo, un quartiere di una grande città, senza una libreria sono un luogo povero, senz’anima, senza cuore, senza testa, senza prospettive vere e possibili. Perché è nelle librerie che si trovano i libri, e che si trovano anche i librai. E chi sono i librai? Sono persone, come tutte noi, che però hanno scelto di dedicare la propria intelligenza, il proprio talento, il proprio tempo, il proprio futuro a proporre e forse persino a creare cultura.” Tratto da “Guida tascabile delle librerie italiane viventi”, Edizioni Clichy.

“Grazie a Dio, dunque, possiamo illuderci un po’ – in modo da continuare a essere utili e piacevoli – di non sapere esattamente cosa pensano i nostri amici di noi, che il mondo non è fatto di specchi che ci mostrino l’immagine che stiamo dando di noi e quel che sta accadendo proprio alle nostre spalle!” Tratto da “Le disavventure di Amos Barton” di George Eliot, tradotto da Francesca Frigerio, Fazi.

“È molto più facile dire che una cosa è nera, piuttosto che distinguere quella particolare sfumatura di marrone, blu o verde che ha in realtà.” Tratto da “Le disavventure di Amos Barton” di George Eliot, tradotto da Francesca Frigerio, Fazi.

“Poi appresi che potevo piegare il mondo al mio volere, come si tende un arco per la freccia. Mi sarei sottoposta a quella fatica mille volte pur di conservare un simile potere nelle mani. Pensavo: deve aver provato questo, Zeus, nello scagliare la sua prima saetta.” Tratto da “Circe” di Madeline Miller, tradotto da Marinella Magrì, Sonzogno.

“Non mi sorprese come venivo ritratta: la maga altezzosa annichilita di fronte alla spada dell’eroe, inginocchiata a supplicare pietà. Le donne umiliate mi sembrano il passatempo preferito dei poeti. Quasi non possa esistere storia senza che noi strisciamo o piangiamo.” Tratto da “Circe” di Madeline Miller, tradotto da Marinella Magrì, Sonzogno.

“Non tutto può essere previsto. La vita della maggior parte degli dei e dei mortali è legata al nulla: si aggroviglia e si snoda senza un progetto preciso. Ci sono però quelli che indossano il proprio destino come un cappio, le cui vite scorrono dritte come assi, per quanto tentino di curvarle. Sono queste le vite che i nostri profeti possono vedere.” Tratto da “Circe” di Madeline Miller, tradotto da Marinella Magrì, Sonzogno.

“Nella sua leppa bicocca la socia – una micidiale penna di zenzero che faceva la copriteschi – stava in punta di naso. Aveva stralignato per il mendozino e gli aveva preparato una gran pena assai scialosa. C’era un alderman in catene, un Gian Cilecca, un somaro di vermi di sangue del lungo coltello, con albicocche irlandesi, del Barba Favolo con teroca.” Tratto da “Favola vittoriana” di Angela Carter, traduzione di Susanna Basso e Rossella Bernascone, in: Nell’antro dell’alchimista, Fazi Editore.

“Poii vidi, anche se il tempo dello stupore era ormai passato, che per quanto lavorasse a maglia sia nella stanza che nello specchio, non c’era, qui, alcun gomitolo di lana; il filo si dipanava dall’interno dello specchio e il gomitolo esisteva solo in quello strumento riflettente.” Tratto da “Riflessi” di Angela Carter, traduzione di Susanna Basso e Rossella Bernascone, in: Nell’antro dell’alchimista, Fazi Editore.

“Quando lo vidi guardarmi con lussuria, abbassai gli occhi, ma solo per incrociare la mia immagine allo specchio. E all’improvviso mi vidi come lui mi vedeva, con la mia faccia pallida e i muscoli del collo tesi come sottile fil di ferro. E vidi quanto mi si addiceva quel gioiello crudele. E, per la prima volta nella mia povera e innocente vita, percepii dentro di me un potenziale di corruzione che mi tolse il fiato.” Tratto da “La camera di sangue” di Angela Carter, traduzione di Susanna Basso e Rossella Bernascone, in: Nell’antro dell’alchimista, Fazi Editore.

Richard Blunt Pseudonimo di Sir Raymond Bastable, tanto eminente quanto altezzoso giurista londinese, iscritto al Demosthenes Club. Il giorno della partita di cricket tra la squadra di Eton e quella di Harrow, «un uomo di mezza età, florido e corpulento, scese dai gradini dell’ingresso indossando un alto cilindro, come fosse l’elmo piumato di Enrico di Navarra. Si piantò sul marciapiede guardandosi attorno alla ricerca di un taxi, con una sorta di altezzosa impazienza, come se stesse pensando che, quando ne desiderava uno, diecimila taxi avrebbero dovuto rompere le righe e precipitarsi a servirlo.» […] In preda alla rabbia Sir Raymond scrive il romanzo Cocktail Time, una furiosa e pettegola reprimenda dei costumi giovanili che non osa firmare per timore di uno scandalo.” Tratto da Cocktail Time di P.G. Wodehouse accompagnato dal cocktail Tuxedo, in: Cocktail d’autore di Petunia Ollister, Slow Food Editore

Sally Bowles  Berlino, 1930. Un giovane, alter ego di Isherwood, si trasferisce in città per insegnare inglese e incontra una serie di personaggi bizzarri. Tra questi c’è la diciannovenne inglese Sally Bowles. «Era davvero bella, con quella testolina scura, gli occhi grandi, il naso fine e arcuato – e al tempo stesso ridicolmente consapevole di ognuna di queste caratteristiche».” Tratto da Addio a Berlino di Christopher Isherwood accompagnato dal cocktail Prairie Oyster, in: Cocktail d’autore di Petunia Ollister, Slow Food Editore

“Oggi so che fu quello il momento preciso in cui, sentendo le parole di Irina Costinas e osservando la sua indignazione, qualcosa di colpo mi cedette dentro, qualcosa della mia indifferenza per quella gente che a casa chiamavamo “i giudei”. Come se l’indignazione della professoressa Costinas, poiché la consideravo una donna irreprensibile e poiché avevo solo diciott’anni, mi aprisse di colpo gli occhi su una verità, o piuttosto una menzogna appresa sin dalla più tenera età, quella per la quale gli ebrei erano degli esseri a parte la cui vita non aveva lo stesso valore della nostra.” Tratto da “Eugenia” di Lionel Duroy, tradotto da Silvia Turato, Fazi

“Camminavamo fianco a fianco in silenzio, mentre io mi immaginavo raccogliere la testimonianza di quel sopravvissuto, quando all’improvviso capii di sbagliarmi: la verità, inconcepibile per il resto del mondo, che noi romeni stavamo esprimendo ormai da diversi decenni non stava nel racconto di una vittima, ma in quella del suo carnefice. L’uomo di cui avrei dovuto raccogliere la testimonianza era chiaramente il sergente: colui che aveva avuto il coraggio di sparare alle spalle di tre ebrei come si fa con dei conigli.” Tratto da “Eugenia” di Lionel Duroy, tradotto da Silvia Turato, Fazi

“Cosa stavamo vivendo? Era quello che chiamano un pogrom? Avevo letto diverse cose su quello di Chișinău, nel 1903, senza mai immaginare che una furia simile potesse un giorno ripetersi. Poiché era successo una volta, e tutto il mondo era inorridito, non si sarebbe più ripetuto. È così che pensiamo, credendo che l’esperienza di un’atrocità ci protegga dal suo ripetersi.” Tratto da “Eugenia” di Lionel Duroy, tradotto da Silvia Turato, Fazi

“Il grande interesse suscitato nel pubblico da quello che a suo tempo fu battezzato “il caso Styles” è ormai scemato. Ciò nonostante, data la risonanza che ha avuto, sia il mio amico Poirot sia la famiglia interessata mi hanno pregato di scrivere il resoconto dell’intera vicenda. In questo modo si spera di mettere a tacere i pettegolezzi che ancora oggi capita di ascoltare.” Tratto da “Poirot a Styles Court” di Agatha Christie, tradotto da Diana Fonticoli, Mondadori

“Poirot era un ometto dall’aspetto straordinario. Era alto meno di un metro e sessantacinque,ma aveva un portamento molto eretto e dignitoso. La testa era a forma di uovo, costantemente inclinata da un lato. Le labbra erano ornate da un paio di baffi rigidi, da militare. Il suo abbigliamento era inappuntabile. Penso che un granello di polvere gli avrebbe dato più fastidio di una ferita.” Tratto da “Poirot a Styles Court” di Agatha Christie, tradotto da Diana Fonticoli, Mondadori

“Quante parole ci diciamo che sono solo silenzio? Perché vorremmo dirne altre ma non abbiamo il coraggio di dargli voce. Almeno a me è questo che succede, soprattutto con te.  E qualche volta il silenzio delle nostre parole si fa così assordante che ho bisogno di una via di fuga. Da quando ho cominciato a scriverti, mi sembra di trovare un senso nelle cose che ho fatto e che non ti ho detto. Forse mi sto ingannando, ma mi sembra di aver trovato anche te.” Tratto da “Nel silenzio delle nostre parole” di Simona Sparaco, DeA Planeta Libri

“Cicatrici che sono come storie. La prova che abbiamo condiviso la stessa, irripetibile esperienza. La storia di te sopra le mie spalle e di me che provo a restituirti la vita, come hai fatto tu quando mi hai messo al mondo.”  Tratto da “Nel silenzio delle nostre parole” di Simona Sparaco, DeA Planeta Libri

“Il lavoro le aveva sempre offerto un punto di osservazione privilegiato. L’umanità che si raccoglieva intorno a uno späti era variegata e al tempo stesso inconfondibile: c’erano i turisti di passaggio, con i loro sguardi storditi e bramosi, come sacche da riempire, e i clienti abituali, di cui aveva imparato a riconoscere le consuetudini,  ma anche quelli che entravano solo di notte o all’alba, che lei finora non aveva mai potuto incontrare. C’era chi si fermava a chiacchierare fuori, persino sotto la neve, e chi faceva il giro completo del reparto alimentare per poi comprare solo un po’ di tabacco. Hulya sentiva di possedere un sesto senso nel cogliere tutti i gesti insoliti che gli sguardi le suggerivano: dai baci inaspettati alle litigate improvvise.” Tratto da “Nel silenzio delle nostre parole” di Simona Sparaco, DeA Planeta Libri

“Era come stare in un quadro di De Chirico, l’ombra della donna si allungava verso di me tagliando la strada di traverso, ma lei si trovava in un luogo ben al di fuori della sfera della mia coscienza. Vicino alle mie orecchie la campanella continuava a tintinnare.” Tratto da “L’uccello che girava le viti del mondo” di Murakami Haruki, tradotto da Antonietta Pastore, Einaudi

“Mi domando se sia realmente possibile capire perfettamente un’altra persona. Anche quando ci sforziamo di conoscere qualcuno mettendoci tutto il tempo e la buona volontà possibili, in che misura possiamo cogliere la sua vera natura? Sappiamo ciò che è veramente essenziale riguardo a quell’altro che siamo convinti di comprendere tanto bene?” Tratto da “L’uccello che girava le viti del mondo” di Murakami Haruki, tradotto da Antonietta Pastore, Einaudi

“Però sai, prima, mentre le guardavo, tutt’a un tratto ho pensato questa cosa: cioè che noi con i nostri occhi vediamo soltanto una piccola parte del mondo. Pensiamo che il mondo sia tutto lì, ma è solo per abitudine, la realtà è molto diversa. Il mondo reale è un luogo molto più oscuro, più profondo, la maggior parte del quale è abitato da creature come le meduse. Soltanto che noi ce lo siamo dimenticato. Non pensi? I due terzi del globo terrestre sono occupati dal mare, ma noi coi nostri occhi possiamo vederne solo la superficie, la pelle. Di quello che c’è sotto non ne sappiamo quasi nulla.” Tratto da “L’uccello che girava le viti del mondo” di Murakami Haruki, tradotto da Antonietta Pastore, Einaudi

“Alla fine, sono giunto alla convinzione che la misura autentica del nostro impegno per la  giustizia, del carattere della nostra società, del nostro impegno per l’autorità della legge, per l’imparzialità e l’uguaglianza non possano essere misurati dal modo in cui trattiamo i ricchi, i potenti,  i privilegiati e coloro che tra noi vengono rispettati. La vera misura del nostro carattere è data dal modo in cui trattiamo i poveri, gli svantaggiati, gli accusati, i carcerati e i condannati.” Tratto da “Il diritto di opporsi” di Bryan Stevenson, tradotto da Michele Zurlo, Fazi editore

“L’Alabama rientra nell’elenco sempre più numeroso di Stati che considerano l’assassinio di una persona al di sotto dei quattordici anni un reato capitale passibile della pena di morte. La categoria delle vittime infantili ha prodotto un notevole aumento del numero di giovani madri e di minorenni spedite nel braccio della morte. Le cinque donne rinchiuse nel braccio dell’Alabama erano state condannate per il decesso inspiegabile dei loro bambini piccoli o per la morte del proprio coniuge o compagno violento.” Tratto da “Il diritto di opporsi” di Bryan Stevenson, tradotto da Michele Zurlo, Fazi editore

“Il terrorismo razziale rappresentato dal linciaggio è per molti versi alla base della pena di morte moderna. L’accoglienza offerta dall’America alle esecuzioni rapide è stata, in parte, un tentativo per reindirizzare le energie violente insite nel linciaggio, al tempo stesso rassicurando i bianchi del Sud che a pagare il prezzo più alto sarebbero stati ancora una volta i neri.” Tratto da “Il diritto di opporsi” di Bryan Stevenson, tradotto da Michele Zurlo, Fazi editore

“Un applauso più nutrito dei precedenti, quasi un’ovazione, saluta la fine dell’ultimo discorso; e i membri del gruppo Drood, che quasi nello stesso momento hanno terminato la loro lettura, hanno per un istante l’impressione che il folto pubblico stia spellandosi le mani per Dickens. Così doveva essere quando il grande scrittore raccoglieva di teatro in teatro una quantità di denaro recitando con foga, con eccezionale bravura di attore, i passi più drammatici dei suoi romanzi.” Tratto da “La verità sul caso D.” di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, con traduzione di Luca Lamberti de “Il mistero di Edwin Drood” di Charles Dickens, Einaudi.

“Un’aria di gloriosa perfezione aleggiava  su questa credenza unica fra tutte le credenze, come se, permeata per secoli dal ronzio delle campane e dell’organo della cattedrale, queste venerabili api avessero trasformato tutto ciò che vi era riposto in un miele sublime; e si notava invariabilmente che chiunque si tuffasse fra quegli scaffali (profondi, come abbiamo detto, tanto da inghiottire testa, spalle e gomiti) ne riemergeva col viso raddolcito, come se avesse subito una trasfigurazione al glucosio.” Tratto da “La verità sul caso D.” di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, con traduzione di Luca Lamberti de “Il mistero di Edwin Drood” di Charles Dickens, Einaudi.

“Chi erano questi facinorosi tenuti a malapena a freno da pochi e perplessi poliziotti? I giornali di stamattina parlano di byroniani irriducibili e mitteleuropei  fanatici che manifestavano con altoparlanti, striscioni, volantini e qualche falò contro l’esclusione dal convegno delle loro opere predilette. «COMPLETATE IL DON JUAN!», dicevano le scritte meno polemiche; «COME VA A FINIRE L’UOMO SENZA QUALITÀ?»; «AMERIKA fino in fondo!» Tratto da “La verità sul caso D.” di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, con traduzione di Luca Lamberti de “Il mistero di Edwin Drood” di Charles Dickens, Einaudi.

“Dalia estrasse il primo foglio dal carrello e infilò rapidamente il secondo, le sue dita volavano veloci sui tasti pur senza scorgerne le lettere, ma il non poter vedere cosa stesse scrivendo era disagevole. Una volta riemersa dall’oscurità, sarebbe stata costretta a sorbirsi ancora una volta le imprese della marchesa Matilde, alla ricerca di eventuali errori di battitura.” Tratto da “La ragazza con la macchina da scrivere” di Desy Icardi, Fazi.

“Nel corso della sua vita l’avvocato aveva avuto ben poche donne in carne e ossa, ma certo non aveva lesinato sulle fidanzate letterarie e Madame Bovary era stata una delle sue amanti più fedeli e appassionate. Se Emma Bovary fosse stata una donna reale, e se lui avesse avuto l’onore d’incontrarla, la poveretta non avrebbe finito col suicidarsi. Erano stati i romanzetti d’amore letti in gioventù ad avvelenarla ben prima dell’arsenico, facendole desiderare disperatamente un’esistenza al di sopra delle sue possibilità.” Tratto da “La ragazza con la macchina da scrivere” di Desy Icardi, Fazi.

“Mentre gusti uno spicchio di patata ti tornano alla mente le parole della signorina Pellissero: «Le dita hanno una memoria portentosa, l’importante è consentirgli di svilupparla»”. Tratto da “La ragazza con la macchina da scrivere” di Desy Icardi, Fazi.

“Il sovrintendente Battle osservò i visi rivolti verso di lui. Stava soppesandoli, secondo i suoi sistemi particolari. Era un suo modo non del tutto ortodosso di osservare le persone. Indipendentemente dal fatto che la legge esige di considerare la gente innocente finché non ne sia stata provata la colpevolezza, Battle riteneva sempre le persone coinvolte in un delitto dei potenziali assassini.” Tratto da “Verso l’ora zero” di Agatha Christie, tradotto da Lia Volpatti, Mondadori.

“Capelli rossi sul polso, capelli biondi sul collo? Il signor Nevile Strange parrebbe una specie di Barbablù. Mentre abbraccia una delle mogli, l’altra gli appoggia la testa sulla spalla!” Tratto da “Verso l’ora zero” di Agatha Christie, tradotto da Lia Volpatti, Mondadori.

“Dunque, quando si legge il resoconto di un delitto, oppure anche un romanzo giallo basato su un delitto, di solito si comincia con il delitto stesso. Ecco, questo è sbagliato. Il delitto comincia molto tempo prima. Un delitto non è la conclusione di una serie di circostanze che convergono tutte verso un solo punto in un determinato momento.” Tratto da “Verso l’ora zero” di Agatha Christie, tradotto da Lia Volpatti, Mondadori.

“Lo splendore dell’aprile italiano si raccoglieva ai suoi piedi; il sole la inondava di luce, il mare dormiva, muovendosi appena. Oltre la baia, le montagne, incantevoli con le loro squisite sfumature, erano anch’esse addormentate nella luce, e sotto la finestra, in fondo al giardino in pendenza costellato di fiori, si ergevano le mura del castello, e un alto cipresso sembrava una gigantesca spada nera che tagliava in due i blu e i viola delicati, le sfumature di rosa delle montagne e il mare.” Tratto da “Un incantevole aprile” di Elizabeth von Arnim, tradotto da Sabina Terziani, Fazi.

“Insomma, non sarebbe stata lei a dare a questa generazione gli occhi per vedere, le orecchie per sentire e un cuore per capire, ma almeno avrebbe somministrato alla sua rappresentante, Lady Caroline, una bella dose di medicina forte.” Tratto da “Un incantevole aprile” di Elizabeth von Arnim, tradotto da Sabina Terziani, Fazi.

“Gli uomini sono falene attratte dalla luce, e attorno alla fiamma indifferente di un bel visetto si bruciano le ali persino i più intelligenti, lei li aveva visti con i suoi occhi, era accaduto fin troppo spesso.” Tratto da “Un incantevole aprile” di Elizabeth von Arnim, tradotto da Sabina Terziani, Fazi.

“Sperava che la vita riservasse ancora un po’ di felicità a Käthe e Rudi. Lo meritavano, pensò Henny mentre entrava da Moscato e quel buon profumo le penetrava nelle narici. Per tutta la vita aveva pensato alla felicità di chi le stava di fronte. Questo la manteneva viva.” Tratto da “Aria di novità” di Carmen Korn, tradotto da Manuela Francescon, Fazi.

“Pensieri oziosi. La vita procede per vie contorte e vicoli ciechi, e spesso i tesori più preziosi li troviamo lungo una strada diversa da quella che avevamo deciso di imboccare.” Tratto da “Aria di novità” di Carmen Korn, tradotto da Manuela Francescon, Fazi.

“Nessuno voleva più vedere le monetine di metallo leggero che avevano circolato fino ad allora nella DDR. Quello che si annunciava era tutt’altro che un passaggio graduale, piuttosto un rivolgimento improvviso e maldestro.” Tratto da “Aria di novità” di Carmen Korn, tradotto da Manuela Francescon, Fazi.

“Hercule Poirot chiacchierava amabilmente con espressione felice e beata. Indossava un abito di seta bianca, accuratamente stirato, un panama, e stringeva in mano un raffinatissimo scacciamosche con il manico di ambra.” Tratto da “Poirot sul Nilo” di Agatha Christie, tradotto da Grazia Maria Griffini, Mondadori.

“Poirot si rese conto, con un improvviso lampo di divertimento, che non doveva essersi reso troppo simpatico con le sue critiche. Linnet, qualsiasi cosa facesse o dicesse, era abituata all’ammirazione più smaccata. Hercule Poirot aveva commesso, evidentemente, un grosso peccato contro queste leggi supreme.” Tratto da “Poirot sul Nilo” di Agatha Christie, tradotto da Grazia Maria Griffini, Mondadori.

“A volte mi sembra che il lavoro di un investigatore sia fatto soltanto di questo: eliminare tutte le false partenze e ripartire dal principio.” Tratto da “Poirot sul Nilo” di Agatha Christie, tradotto da Grazia Maria Griffini, Mondadori.

“Un giorno vide una capra-Halde che pascolava all’aperto. Le saltò addosso, ma quella se lo portò dentro la montagna. Là dentro era buio e sentiva solo, ogni notte, una persona che arrivava e si coricava accanto a lui e al mattino se ne andava, ma era sempre così stanco che non riusciva a trattenerla. Comprese che era la figlia del re quando una notte riuscì a trattenerla: era proprio lei.” Tratto da “Biettar il barcaiolo”, tradotto da Bruno Berni, in: Fiabe lapponi, Iperborea.

“Giunti alla reggia, il re colmò il ragazzo di molti regali perché gli aveva riportato la figlia. Poi lui ripartì e arrivò al presbiterio. Il Pastore gli chiese delle chiavi della chiesa e lui raccontò che stavano sotto le scale. Il prete lo riempì di doni. Il ragazzo ripartì e arrivò dal povero rematore, che gli chiese come sarebbe potuto tornare a terra.” Tratto da “Anders Buhara”, tradotto da Bruno Berni, in: Fiabe lapponi, Iperborea.

“Utterson, il legale, era un uomo dal volto ruvido, mai illuminato da un sorriso. Di poca e fredda, impacciata conversazione, restio ai sentimenti, era lungo, magro, grigio, accigliato; e tuttavia amabile, in qualche modo. Ai pranzi tra amici, e quando il vino era di suo gusto, qualcosa di eminentemente umano traspariva dal suo sguardo; qualcosa, certo, che non arrivava mai a tradursi in parole, ma che neppure si limitava ai muti simboli dell’appagamento conviviale, manifestandosi anzi, più spesso e apertamente, negli atti della sua vita.” Tratto da “Lo strano caso del Dr. Jekyll e del Sig. Hyde” di Robert Louis Stevenson, tradotto da Carlo Fruttero e Franco Lucentini, Einaudi.

“Il legale restò per qualche momento come Hyde l’aveva lasciato. Sembrava il ritratto dell’inquietudine. Poi cominciò a risalire lentamente la strada, ma fermandosi ogni pochi passi e portandosi una mano alla fronte, come chi si trovi nella più grande perplessità. E sta di fatto che il suo problema pareva irresolubile. Hyde era pallido e molto piccolo, dava un’impressione di deformità pur senza malformazioni precise, aveva un sorriso repellente, si comportava con un misto viscido di pusillanimità e arroganza, parlava con una specie di rauco e rotto bisbiglio: tutte cose senz’altro negative, ma che, per quanto sommate, non spiegavano l’inaudita avversione, repugnanza e paura da cui Utterson era stato colto.” Tratto da “Lo strano caso del Dr. Jekyll e del Sig. Hyde” di Robert Louis Stevenson, tradotto da Carlo Fruttero e Franco Lucentini, Einaudi.

“La pioggia cade che sembra di stare sott’acqua, hanno ombrelli sgangherati e si bagnano, lui ha la giacca chiusa, il cappuccio alzato, il vento li scuote e li fa sobbalzare, l’Ammiraglio deve andare in scooter, si chiede come farà, in che condizioni arriverà, considerando soprattutto che quella cerata sembra essere un residuo della Seconda guerra mondiale come gli occhialoni da pilota che indossa.” Tratto da “Acqua” di Roberto Camurri, NN Editore.

“Girò la testa e i suoi occhi s’incontrarono con quelli di Pedro. In quel momento capì perfettamente ciò che prova una frittella quando entra a contatto con l’olio bollente. La sensazione di calore che aveva invaso tutto il suo corpo era così reale che di fronte al timore di diventare una frittella e di ritrovarsi tutto il corpo ricoperto di bolle – la faccia, il ventre, il cuore, il seno – Tita non riuscì a sostenere quello sguardo, e abbassando gli occhi attraversò rapidamente tutta la sala fino all’angolo in cui Gertrudis pedalava alla pianola il valzer Occhi di gioventù.” Tratto da “Dolce come il cioccolato” di Laura Esquivel, tradotto da Silvia Benso, Garzanti.

“Tita era l’ultimo anello di una catena di cuoche che fin dall’epoca preispanica si erano trasmesse, di generazione in generazione, i segreti della cucina, e veniva considerata la miglior esponente di un’arte meravigliosa: l’arte culinaria.” Tratto da “Dolce come il cioccolato” di Laura Esquivel, tradotto da Silvia Benso, Garzanti.

“Poirot rabbrividì ancora di più. Il pensiero di una casa patrizia inglese, che risaliva al Quattordicesimo secolo, lo riempiva di apprensione. Troppo spesso gli era capitato di soffrire in certe case di campagna della vecchia Inghilterra! Lanciò un’occhiata compiaciuta e soddisfatta intorno a sé, a quell’appartamento accogliente e moderno con i suoi termosifoni e tutte le ultime invenzioni brevettate per evitare ogni corrente d’aria”. Tratto da “Il caso del dolce di Natale”, tradotto da Grazia Maria Griffini, in: Poirot: tutti i racconti, Mondadori.

“Il fatto è che io ho una mente impostata sul crimine!” si diceva, rimproverandosi. “Ho fatto indigestione! Immagino delle cose.” Ma continuava a preoccuparsi. Tratto da “Triangolo a Rodi”, tradotto da Grazia Maria Griffini, in: Poirot: tutti i racconti, Mondadori.

Matita, matita, matita, matita, matita, matita, aveva cantilenato, toccando le matite a una a una, finché il torrente di parole non si invertì, facendo scaturire un suono simile a tita-ma tita-ma tita-ma tita-ma tita-ma, e la fila di matite aveva sussultato e si era quasi trasformata in qualcos’altro, e comprese che è così che accade, e tutto il suo petto fu attraversato da un fremito.” Tratto da “Amatka” di Karin Tidbeck, tradotto da Cristina Pascotto, Safarà.

“Sto selezionando”. Questa volta, la sua voce era ferma; solo le lacrime negli occhi lo tradivano. “Il comitato mi ha ordinato di rimuovere la metà dei libri che ci sono qui” continuò. “Tutto quello che non è… essenziale… deve essere distrutto e riciclato. Perché il comitato ha bisogno di carta buona”. Tratto da “Amatka” di Karin Tidbeck, tradotto da Cristina Pascotto, Safarà.

“Vanja camminò in una lenta spirale lungo le strade, diretta al centro. Presto sarebbe salita sul treno per tornare a casa. Tutto sarebbe stato esattamente come prima, i giorni allineati in perfetta uniformità: sarebbe andata al lavoro, poi a casa, e infine a letto. Sarebbe andata al centro ricreativo i giornisette a guardare gli altri ballare e giocare; giorno dopo giorno dopo giorno, proprio come aveva sempre fatto, finché non si fosse ritirata e trasferita nella casa per gli anziani ad aspettare la morte. Senza Nina.” Tratto da “Amatka” di Karin Tidbeck, tradotto da Cristina Pascotto, Safarà.

“Non vi piace parlare del mio aspetto?”. “Oh, al contrario”, disse la signorina Luke, gettando subito la spugna. “Lo immaginavo. Non capita spesso di poter dire a qualcuno che è insignificante”. “O che possiede altre qualità”, disse la signora Chattaway, con una punta di malizia. “Quindi mi trovate insignificante!” “L’avete detto voi, signor Bacon”. “Ma non pensavo che potesse dirlo anche qualcun altro. Non mi era mai capitato”. “Forse avreste fatto meglio a non lanciare il sasso”. Tratto da “Più donne che uomini” di Ivy Compton Burnett, tradotto da Stefano Tummolini, Fazi.

“La fine di un capitolo non è la fine della storia. Non bisogna opporsi al corso della vita”. Tratto da “Più donne che uomini” di Ivy Compton Burnett, tradotto da Stefano Tummolini, Fazi.

“Se fossi donna”, disse Gabriel, “mi seccherebbe essere pagata meno di un uomo, sapendo di lavorare quanto lui. E anche di più alle volte”. “Sì”, disse Josephine, senza sottolineare in alcun modo la differenza, “le donne lavorano più degli uomini, nel complesso.” Tratto da “Più donne che uomini” di Ivy Compton Burnett, tradotto da Stefano Tummolini, Fazi.

“È strano: ho tutta la conoscenza del mondo a disposizione e sono così ignorante. Potrei cercare le risposte su Google, ma continuo a vedere cose che non so. Anzi, ho l’impressione che tutta la conoscenza disponibile online non faccia altro che accrescere la mia ignoranza. Sono circondato dalle cose che so di non sapere, al più posso distinguere tra quelle che non voglio sapere e quelle che non posso sapere. Al contrario, non posso nemmeno intuire quelle che non so di non sapere, non posso nominarle, posso solo immaginarne il numero: infinito.” Tratto da “? Il paradosso dell’ignoranza” di Antonio Sgobba, Il Saggiatore.

“L’ignoranza è assenza di conoscenza, l’errore è falsa conoscenza. Non sapere una cosa è diverso dal credere di saperne una sbagliata.” Tratto da “? Il paradosso dell’ignoranza” di Antonio Sgobba, Il Saggiatore.

“L’ignoranza è inevitabile, l’onniscienza è impossibile. Dovremmo essere tutti d’accordo, eppure non riusciamo a liberarci dalla tentazione di conoscere tutto, di noi stessi e del mondo. Ci sembra di essere destinati a dividerci continuamente tra questi due miti: sapere tutto, o non sapere nulla. Ogni tanto qualcuno fa notare che la scelta migliore sarebbe una terza via: una sana consapevolezza dell’inevitabilità dell’incompletezza del sapere, senza resa all’ignoranza, senza pretesa di onniscienza.” Tratto da “? Il paradosso dell’ignoranza” di Antonio Sgobba, Il Saggiatore.

“Quella gente era una razza a parte. Li conoscevo uno per uno, ma tutte le parole che ci eravamo scambiati nel corso degli anni probabilmente non arrivavano a riempire il retro di una cartolina. Intere vite venivano condensate in tre o quattro parole, con una strizzatina d’occhi o un gesto della mano al posto della punteggiatura. Tra un buongiorno e un ci vediamo c’era uno spesso strato di silenzio che raccontava storie impossibili da dimenticare. Negli altipiani desertici la conversazione era centellinata come l’acqua, e spesso meno spumeggiante: si faceva tesoro di ogni goccia in nome della vita che rappresentava.” Tratto da “Il diner nel deserto” di James Anderson, tradotto da Chiara Baffa, NNE.

“Si stava avvicinando una tempesta. Una leggera brezza mi portò l’odore dolce della pioggia. Potevano essere due gocce o un acquazzone, anche se nel deserto di solito la pioggia scende forte e tutta insieme sulla terra riarsa, che non riesce ad assorbirne così tanta, così in fretta. I letti disseccati si riempiono di un miscuglio di acqua e fango che precipita vorticando a ogni minima pendenza e guadagna velocità e volume fino a trasformarsi in torrenti impetuosi che travolgono tutto ciò che incontrano nella loro corsa verso l’ignoto.” Tratto da “Il diner nel deserto” di James Anderson, tradotto da Chiara Baffa, NNE.

“Walt Butterfield era quel Walt Butterfield, così come il suo diner era il Premiato Diner nel Deserto. A sentir lui, non aveva mai fallito, anche se in alcune occasioni, per farcela, aveva dovuto pazientare o lavorare sodo. Il fardello più grande che gravava sulle spalle di chiunque altro era non essere Walt Butterfield. A volte mi toccava concordare, ma solo tra me e me. Una volta pensai anche che il solo grande fallimento di Walt Butterfield era essere quel Walt Butterfield. Era forte e vitale, e quando sarebbe stato pronto a morire, avrebbe detto lui a Dio che era giunta la sua ora, non il contrario.” Tratto da “Il diner nel deserto” di James Anderson, tradotto da Chiara Baffa, NNE.

“Era stato allora che li aveva visti per la prima volta. Ce ne dovevano essere una quindicina, una ventina, impilati nelle scatole. Non erano solo dei pupazzi, questo era chiaro. Perché i clienti potessero vederli, diversi modelli erano esposti fuori dalla confezione, ma abbastanza in alto perché non fossero raggiungibili. Alina prese una delle scatole. Erano bianche ed essenziali, come le scatole dell’iPhone e dell’iPad di Sven, ma più grandi. Costavano 279 dollari, una cifra considerevole. Non erano belli, eppure avevano qualcosa di sofisticato che non riusciva a mettere a fuoco. Che cos’erano esattamente? Posò la borsa e si piegò sulle ginocchia per vederli meglio. Le immagini sulle scatole mostravano diversi animali. C’erano topi, conigli, corvi, panda, draghi e civette. Ma non ce n’erano due uguali, cambiavano i colori e i materiali, alcuni erano customizzabili.” Tratto da “Kentuki” di Samanta Schweblin, tradotto da Maria Nicola, Sur.

“Che cos’era questa stupida idea dei kentuki? Che cosa faceva tutta quella gente che si aggirava sui pavimenti delle case altrui, che guardava come l’altra metà del genere umano si lavava i denti? Perché non era tutto diverso? Perché nessuno ordiva complotti davvero tremendi con i kentuki? Perché nessuno intrufolava un kentuki carico di esplosivo tra la folla di una grande stazione per far saltare tutto in aria? Perché nessun utente di kentuki ricattava un controllore aereo costringendolo a immolare cinque aerei a Francoforte in cambio della vita di sua figlia?” Tratto da “Kentuki” di Samanta Schweblin, tradotto da Maria Nicola, Sur.

“Non era possibile rimettere tutto a posto, era impossibile. Il vaso cade per terra una volta e incolli i cocci per rimetterlo insieme, il vaso cade per terra una seconda volta e incolli i cocci per rimetterlo insieme. Non è più così bello, ma in un certo modo funziona, ma quando cade per la terza volta e rimane polverizzato davanti ai tuoi piedi, vedi subito che ormai è da buttare, non lo si può più riparare. Era così. La famiglia era distrutta. La famiglia era persa.” Tratto da “Eredità” di Vigdis Hjorth, tradotto da Margherita Podestà Heir, Fazi.

“Povera mamma, che per tutti quegli anni aveva sempre temuto che sarei rimasta distrutta dall’innominabile. Invece non era successo, apparentemente stavo bene, per cui il suo timore che io soccombessi era stato sostituito dalla paura che l’innominabile ritornasse in superficie dal mondo dell’inconscio in cui era stato rimosso, che io acquisissi consapevolezza della mia storia.” Tratto da “Eredità” di Vigdis Hjorth, tradotto da Margherita Podestà Heir, Fazi.

“Bård doveva essere più attaccato ad Astrid e Åsa che a me, perché lui non mi aveva visto, non seguiva la mia vita da anni, per lui dovevo essere un romanzo letto a metà, un romanzo perduto, probabilmente per lui negli ultimi quindici anni ero esistita soltanto come una specie di ricordo. Una rottura è come una morte, pensai, fa male soprattutto all’inizio, poi ci si abitua all’assenza e lentamente in te si cancella l’altro, il morto, l’assente.” Tratto da “Eredità” di Vigdis Hjorth, tradotto da Margherita Podestà Heir, Fazi.

“Quando ero ancora per metà la capitale della Ddr, non si faceva che pensare al futuro. Al tempo c’erano ancora grandi problemi, pressanti, difficoltà legate alla produzione, alla lealtà, i rifornimenti non funzionavano come da manuale. Tutti macro-problemi, problemi a livello statale che possono toccare una capitale, ma che non sono i suoi, problemi che una città non può risolvere da sola. Nella parte orientale avevo comunque anche problemi minori, a livello locale. Ci si chiedeva ad esempio come gestire i parchi, cosa fare di un’isola.” Tratto da “L’isola che c’è” di Jörg Sundermeier, traduzione di Cristina Vezzaro, in: The Passenger Berlino, Iperborea.

“Il giorno dell’Unificazione tedesca ci saranno di nuovo quelli che racconteranno il motivo per cui quella della Riunificazione è la storia di un successo. Già la parola “riunificazione” è una menzogna, diranno altri, quelli che vedono prima di tutto ciò che è andato perduto: posti di lavoro, autostima, intere vite. E si sentiranno forte e chiaro le voci di chi dice: riconoscete una buona volta l’opera di chi ha dovuto costruirsi un mondo nuovo. E spesso aggiunge: lasciateci in pace con le storie delle vittime, noi siamo fieri di quel che abbiamo fatto, anche se abbiamo fallito.” Tratto da “Eravamo come fratelli” di Daniel Schulz, traduzione di Margherita Carbonaro, in: The Passenger Berlino, Iperborea.

“Descrivere un luogo attraverso ciò che non c’è più diventa difficile. Il Muro che non esiste più esiste due volte, perché devi pensarlo dov’era. Forse no, ma viene spontaneo. Non puoi attraversare indenne una ferita, e quella ferita è ovunque. Anche le cicatrici. Sono rimasti ancora vari piccoli posti di controllo, vuoti, inutili. Vanno tolti di mezzo, o qualcuno dovrà inventarsi un nuovo utilizzo.” Tratto da “Suite berlinese” di Cees Nooteboom, traduzione di Laura Pignatti, in: The Passenger Berlino, Iperborea.

“Miss Marple è una vecchietta coi capelli bianchi e dai modi sempre molto timidi e mansueti. La signora Wetherby è un misto di miele e di aceto. Miss Marple è certamente la più pericolosa delle due.” Tratto da “La morte nel villaggio” di Agatha Christie, tradotto da Giuseppina Taddei, Mondadori.

“Sorrisi. Nonostante la fragilità dell’aspetto, Miss Marple è certo capacissima di tener fronte a tutti i colonnelli di polizia di questo mondo.” Tratto da “La morte nel villaggio” di Agatha Christie, tradotto da Giuseppina Taddei, Mondadori.

“Mi domando perché tutti abbiano sempre la mania di generalizzare. Le generalizzazioni corrispondono raramente a verità e non sono mai molto accurate. Io per esempio non riesco a calcolare il tempo (per questo tengo l’orologio un quarto d’ora avanti), mentre sono sicuro che Miss Marple lo calcola alla perfezione. I suoi orologi non sgarrano neppure di un minuto e lei stessa è la puntualità personificata.” Tratto da “La morte nel villaggio” di Agatha Christie, tradotto da Giuseppina Taddei, Mondadori.

“Percorrendo il viale si aveva l’impressione che, giunti in fondo, ci si sarebbe trovati davanti un palazzo delle fiabe, o l’eremo di una setta di adoratori di chissà quale divinità dimenticata. Il giovane Finch si sentiva pesare addosso quell’oscurità densa e immobile, come se si fosse trovato in un sogno nel quale avrebbe continuato a scivolare silenziosamente in eterno, senza mai trovare la luce e il calore ad accoglierlo all’uscita dal tunnel.” Tratto da “Il gioco della vita” di Mazo de la Roche, tradotto da Sabina Terziani, Fazi.

“Wake non aspettava altro. Scesero le scale del seminterrato, pervase dai misteriosi odori che Wake amava tanto. L’odore della cucina, dalle mille sfaccettature, quello della carbonaia, quello del magazzino della frutta, della cantina, della dispensa vera e propria, e delle tre camerette riservate alla servitù, di cui ormai soltanto una era in uso. Era il regno dei Wragge, dove la coppia conduceva una vita sotterranea scandita da bisticci, sospetti reciproci e occasionali tenerezze, come Wakefield ebbe modo di constatare quella volta che li sorprese a scambiarsi effusioni amorose.” Tratto da “Il gioco della vita” di Mazo de la Roche, tradotto da Sabina Terziani, Fazi.

“Quando la calma e la disciplina della notte ebbero placato la turbolenta Jalna, l’antica dimora sembrò rannicchiarsi al riparo del tetto come un vecchio sotto le coperte. La casa parve raggomitolarsi, chiudendosi in se stessa. Annodò i nastri del berretto da notte sotto il mento – il porticato sporgente – borbottando qualcosa come “e ora spazio ai sogni”. L’oscurità la avvolse come una trapunta, e lei si lasciò andare con tutto il proprio peso contro la terra.” Tratto da “Il gioco della vita” di Mazo de la Roche, tradotto da Sabina Terziani, Fazi.

“Certo, c’era stata la caduta delle pietre. Si fermò di nuovo, strizzando gli occhi nella luce del mattino. Le pietre. La mamma non ne parlava mai; Carrie non sapeva nemmeno se sua madre ricordasse ancora il giorno delle pietre. Si sorprendeva di ricordarsene lei stessa. Era una bambina molto piccola allora, aveva… tre anni? Quattro? C’era quella ragazza col costume da bagno bianco, e poi erano arrivate le pietre. E gli oggetti s’erano messi a volare per la casa. Il ricordo riaffiorava chiaro e nitido, come se fosse sempre stato lì sotto la superficie, in attesa di una specie di pubertà mentale. In attesa, forse, di oggi.” Tratto da “Carrie” di Stephen King, tradotto da Brunella Gasperini, Bompiani.

“C’erano state altre volte in cui la mamma l’aveva tenuta chiusa nello sgabuzzino anche per un giorno di fila: la volta che aveva rubato in un negozio un anellino da quarantanove centesimi, o la volta che la mamma aveva scoperto una foto di Flash Bobby Pickett sotto il cuscino; una volta Carrie era svenuta per la mancanza di cibo e per l’odore dei propri escrementi. Ma non le aveva mai, mai risposto male come aveva fatto oggi. Oggi aveva perfino detto delle Parole Oscene. Eppure la mamma l’aveva fatta uscire quasi subito, dopo che si era arresa.” Tratto da “Carrie” di Stephen King, tradotto da Brunella Gasperini, Bompiani.

“Non mi piace esser presa in giro,” disse lei sommessamente, abbassando la testa. Esitò per un istante e poi gli passò di fianco. Si fermò e si voltò, e nei suoi occhi lui vide dignità, qualcosa di così naturale che si chiese se lei ne fosse consapevole.” Tratto da “Carrie” di Stephen King, tradotto da Brunella Gasperini, Bompiani.