Alla scoperta della propria natura: “La ragazza giusta” di Elizabeth Jane Howard - Cocktail di libri

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Alla scoperta della propria natura: “La ragazza giusta” di Elizabeth Jane Howard

Alla scoperta della propria natura: “La ragazza giusta” di Elizabeth Jane Howard

Fino a quanto si può dire di conoscere se stessi e gli altri? Solitamente per poter andare d’accordo con gli altri bisogna prima di tutto comprendersi, ma quelle che pensiamo siano verità potrebbero in realtà essere delle bugie. E ciò che scopre Gavin, un giovane parrucchiere di Londra, che conduce una vita tranquilla in cui anche il più minimo rischio è bandito. La sua paura di esporsi lo costringe a rifuggire gli eventi mondani o gli appuntamenti con le ragazze, ma tutto cambia quando va una festa con il suo amico Harry e il suo compagno. Sarà l’incontro con due donne diverse a spronarlo a uscire da questa sua stasi e a spingerlo a mettersi in gioco senza preoccuparsi delle conseguenze o cercare di prevedere i possibili effetti delle sue azioni.

Aveva concepito una specie di Scala della Paura: al primo gradino c’era stare in compagnia di persone che conosceva già, e poi salendo dover parlare con loro, parlare con una di loro in particolare, stare con gente che non conosceva, doverci parlare, e così via fino ad arrivare all’inconcepibile situazione in cui incontrava una bella ragazza e doveva parlare con lei… La Scala della Paura del resto era solo un modo per catalogare i problemi in ordine di difficoltà – da un piccolo fremito di disagio al panico vero e proprio – e non offriva nessun tipo di soluzione.

In sintesi, questo è quanto accade in “La ragazza giusta” di Elizabeth Jane Howard, tradotto per la prima volta in Italia da Manuela Francescon per Fazi Editore. Al di là della trama che potrebbe sembrare banale, ad affascinare e conquistare sono le parole scritte dalla Howard: ironiche, profonde ma anche taglienti quando necessario. Incuriosisce che la scrittrice abbia deciso di raccontare la vicenda da un punto di vista maschile che però si scontra e interfaccia continuamente con molte donne, mantenendosi sempre in equilibro tra due universi, finendo per far inevitabilmente avvicinare il protagonista al mondo femminile. Gavin ne è stato ovviamente sempre attratto ma ha preferito finora tenersene alla larga, per tutta una serie di motivi (come si è sempre detto) che si riducono in un’unica certezza: la paura di rimanere delusi.

Ancora una volta, la Howard ci guida tra i sentieri della natura umana, tratteggiando una varietà diversa di persone e soffermandosi su alcune in particolare, necessarie per lo svolgimento della storia. Non mancano preziosi insegnamenti qua e là, pensieri su cui riflettere, il tutto condensato sotto la chiave dell’arte: è arte quella di cui si parla nel libro, è arte quello su cui si concentra Gavin, è arte come la Howard ha scritto “La ragazza giusta”. Pertanto, il risultato è un romanzo raffinato, che indaga sui sentimenti umani rappresentando la società londinese alla fine degli anni settanta, soffermandosi su quella peculiarità tipica delle persone: il cambiamento… in tutti i modi e le forme in cui questo può accadere.

Consigliato per gli intellettuali, gli amanti dell’arte, per chi ama i romanzi psicologici, per chi non ha paura di farsi sorprendere, per gli incerti e i dubbiosi, per chi cerca una spinta per uscire da un periodo di stasi, per chi ama perdersi tra le pagine di un buon libro, per gli appassionati di letteratura inglese, per chi crede che la vita imiti l’arte, per chi vuole farsi emozionare, per chi cerca una storia a lieto fine, per chi adora lo stile della Howard o per chi vuole avvicinarsi a questa scrittrice.

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La citazione dal libro:

Per il primo quarto della nostra vita siamo delle innocenti tabule rase su cui altri scrivono quello che pare a loro: non possiamo farci niente. Poi arriva la fase inebriante in cui possiamo finalmente scegliere, ma a quel punto siamo pesantemente condizionati da ciò che hanno scritto per noi, stanne certo. Quando alla fine riusciamo a racimolare un po’ di saggezza, ecco che comincia il decadimento fisico e non abbiamo più le energie per usarlo. In pratica l’unica arma di cui disponiamo contro tutto questo è l’arte. Credo che l’arte sia come il dono dell’ultima fata, un estremo tentativo di sfuggire alla maledizione. L’arte ci dà accesso a una forma di esperienza condensata.

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