Termini femminili: la parità di genere nella lingua - Cocktail di libri

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Termini femminili: una riflessione sulla parità di genere dal punto di vista linguistico

Termini femminili: una riflessione sulla parità di genere dal punto di vista linguistico

Fonte immagine: Pixabay

La questione della parità di genere è un tema sempre attuale. Spesso si discute se davvero siano state abbattute tutte le barriere e se si possa parlare di parità dei sessi in ogni campo della vita quotidiana. Non sempre le risposte sono quelle che ci si aspetterebbe. Ancora oggi vengono pubblicati libri che paventano scenari apocalittici, dove i diritti delle donne vengono facilmente calpestati, com’è il caso di “Vox” di Christina Dalcher o “Sottomissione” dello scrittore francese Michel Houellebecq. Senza contare che in posti come l’Afghanistan quello che per noi può sembrare fantascienza è invece realtà, come narrato da Khaled Hosseini in “Mille splendidi soli“.

Il discorso della parità di genere può essere riportato anche alla dimensione della lingua. Se riflettiamo sulla struttura dell’italiano (ma anche di altre lingue) emerge come in italiano si prediliga spesso il maschile quando ci si deve rivolgere a una pluralità di persone, di sesso non specificato o anche nel caso in cui siano presenti più persone del sesso femminile. Le ragioni di ciò risalgono alla prospettiva androcentrica generalmente data dalla società. In tempi odierni si è perciò arrivati a parlare persino di sessismo linguistico, indicando così gli usi discriminanti della lingua. Certamente in molti ambiti è necessario prestare una maggiore attenzione a quello che si dice e perciò bisognerebbe evitare accezioni che suonino discriminanti (specialmente a livello politico o in contesti ufficiali). A tale scopo nel 1987 la linguista Alma Sabatini ha scritto “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua“, dove proponeva una ristrutturazione dell’italiano in modo da renderlo più vicino al ruolo della donna nella società moderna: non più angelo del focolare, ma lavoratrice e allo stesso livello dell’uomo.

Vediamo quindi insieme i principali punti trattati da Alma Sabatini.

Termini femminili: i nomi delle professioni

Tra le problematiche sollevate in questo opuscolo vi è l’inesistenza di parole femminili per lavori, un tempo appannaggio solo degli uomini, oggi svolti anche dalle donne: si pensi alle professioni di soldato e ministro. Se spesso “ministra” veniva usato in senso ironico, se non dispregiativo, oggi sta perdendo questa connotazione ed è semplicemente il femminile della parola “ministro” così come “soldata” lo è di soldato.

Seguendo le regole grammaticali dell’italiano ne consegue che:

  • i termini che finiscono in –o, -aio/-ario, -iere vanno trasformati in -a, -aia/-aria, -iera, quindi architetta, fornaia, giardiniera;
  • i termini in -tore al femminile prendono la desinenza -trice e a volte quella -tora, quindi amministratrice, ma anche pretrice/pretora;
  • i termini in -sore si trasformano in -sora, come nel caso di assessora, il femminile di assessore.
  • nei termini che finiscono in -e o in -a si ha solo un’anteposizione dell’articolo femminile come il/la parlamentare così come nel caso di forme italianizzate derivate da partici presenti latini, come il presidente/la presidente.

Sabatini condannava però l’uso delle forme in -essa (professoressa, dottoressa) da sostituire con “professora” e “dottora”; inoltre contestava l’inserimento di “donna” al seguito di posizioni maschili, come “l’avvocato donna”, “il soldato donna”.

L’Accademia della Crusca è tornata molte volte sul tema dei femminili delle professioni e sulla formazione dei termini femminili in generale, raccolti e visionabili online nella rubrica “La Crusca per voi“.

Evitare le dissimmetrie

È da notare come secondo Sabatini bisognerebbe evitare l’uso dell’articolo in presenza di cognomi riferiti a una donna, come la Thatcher, ma lasciare semplicemente Thatcher, così come avviene d’altronde con cognomi riferiti agli uomini. Da qui ha iniziato poi a farsi strada il largamente diffuso “signora” al posto di “signorina”, in quanto si tratta di forme dissimmetriche: al giorno d’oggi nessuno usa più “signorino”.

Termini femminili: la concordanza del genere

Infine viene anche analizzato l’aspetto della concordanza: se in una frase la maggioranza dei termini sono femminili, l’accordo andrebbe fatto al femminile e inoltre si dovrebbe evitare di riferirsi genericamente a uomini e donne utilizzando solo la parola “uomo” ma usare piuttosto il termine neutro “persona”, oppure specificare “fratelli e sorelle”, invece di contemplare la presenza di fratelli e sorelle solo con “fratelli”.  

Nel tempo alcuni di questi consigli sono stati adottati maggiormente in contesti ufficiali o anche dalla stampa (come l’eliminazione degli articoli davanti a cognomi femminili), mentre altri fanno fatica a imporsi (come la concordanza al femminile in presenza di più nomi femminili o l’uso di termini non marcati). Tuttavia questi consigli dovrebbero essere tenuti a mente e usati quando opportuno, perché anche attraverso la lingua si mostra una particolare attenzione e sempre con questa preziosa arma si può mettere in evidenza, scherzare, beffeggiare o riconoscere il giusto valore di una persona. Con questi accorgimenti si fa quindi un piccolo passo verso la parità di genere, da accompagnare però ai fatti, altrimenti qualsiasi parola sembrerà comunque vana.


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